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MARIA
INNOCENZA RUNCO
TACITE
INTERFERENZE TRA DIMENSIONE POPOLARE E DIMENSIONE COLTA:
IL
TEATRO AGIT-PROP E I DRAMMI DIDATTICI DELLA GEBRAUCHSMUSIK
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Il
presente studio intende richiamare l’attenzione sul legame
tra due
esperimenti originali della Germania degli anni venti -il teatro
agit-prop e la Gebrauchsmusik (musica
d’uso)-, legame che
rappresentò un significativo passaggio di tracce di cultura
popolare in ambienti colti e che si configurò
nell’attitudine
alla semplificazione, all’attualizzazione degli argomenti e
all’abolizione della linea divisoria tra attori e spettatori
chiamati ad intervenire nella realtà dell’azione.
L’accostamento al teatro operaio risulta particolarmente
proficuo
in quanto permette di demistificare la ambivalente natura del
repertorio teatrale afferente alla Gebrauchsmusik:
da una
parte l’anima suggellata da un generale e ambiguo riferimento
alla
realtà sociale che, ufficialmente progressista, ad una
attenta
analisi si rivelò ferma su atteggiamenti conservatori
–per
esempio Paul Hindemith (1895-1963)-, dall’altra quella votata
a
chiare ideologie politiche, per la quale l’agit-prop fu un
terreno
fecondo di stimoli, suggerimenti e suggestioni. Le voci operaie,
relegate dalla critica ufficiale al silenzio dell’anonimato,
rivivevano nelle opere di chi seppe ascoltarle e assimilarle: fu
questo il caso del teatro musicale di Bertolt Brecht (1898-1956) e
Hanns Eisler (1898-1962). Il loro lavoro è impensabile senza
l’esperienza dei gruppi agit-prop, molti dei cui principi di
rappresentazione e composizione verranno sviluppati in maniera
più
compiuta dai due artisti, sia dal punto di vista teorico che da
quello pratico.
Le
brevi riflessioni che seguono mirano a proporre alla discussione
questa relazione, ad oggi ancora poco oggetto di studio e che si
presenta, a nostro avviso, varco di accesso su un importante e
conflittuale tema della modernità: la dicotomia tra arte
popolare e arte colta.
La
caduta dell’impero e l’instaurazione della
Repubblica alla fine
del primo conflitto bellico sprigionarono in Germania nuove energie
che modificarono l’arte nella forma e nei contenuti. La
sclerotizzata epoca guglielmina, dominata dalla dittatura del gusto
di aristocratici e di borghesi e da mecenati senza alcun senso
artistico, aveva soffocato ogni spirito di opposizione. La situazione
cambiò nel 1918. Basterebbe un rapido sguardo ai cartelloni
per rimanere sbalorditi dal numero di debutti teatrali e di concerti
che si succedettero nelle principali città tedesche,
soprattutto a Berlino. Una fervida e lunga stagione durata fino al
1933, frutto del lavoro di artisti accomunati da un unico obiettivo:
innovare il ruolo e lo spazio di azione dell’arte. Alcune
esperienze rimasero ferme allo stadio di puri tentativi o mode
passeggere, altre diventarono pietre miliari nella storia
dell’arte
del novecento.
Decisiva
per la nascita e lo sviluppo dei gruppi agit-prop fu la politica
culturale della lotta di classe messa a punto dal partito comunista
(KPD) nel IX Congresso del 1925, sotto la guida di Ernst
Thälmann.
Venne creato allora un apparato di agitazione e di propaganda che
organizzava il proprio lavoro a tutti i livelli, dal Comitato
centrale alla cellula di partito.
Data
la varietà delle forme e dei contesti in cui il teatro
agit-prop fu realizzato, è impossibile fornirne una univoca
definizione. Si parla di teatro alternativo, di non teatro o persino
di antiteatro. Se invece lo si colloca, sia pure con qualche
forzatura, all’interno della storia dell’opera
musicale borghese
e lo si analizza secondo i moduli dell’estetica borghese, lo
si può
descrivere come “teatro satirico-didascalico di marcata
tendenza
politica, estraneo ai valori estetici, dotato di forte impatto
emotivo tendente alla persuasione, elaborato e gestito in forma
autonoma dai dilettanti proletari”.
Il
repertorio agit-prop era costituito da spettacoli di breve durata,
caratterizzati dalla compresenza di elementi comici e seri e
preparati da operai che vi si dedicavano nelle ore extra-lavorative.
Non esisteva alcuna divisione del lavoro, tutti partecipavano alla
realizzazione dello spettacolo, intervenendo nella elaborazione del
testo, nella preparazione della scenografia e della musica. La
recitazione e i gesti erano finalizzati alla massima
comprensibilità
del messaggio per sottolineare il quale si ricorreva a componenti non
letterarie come diapositive, numeri da circo e pantomime.
L’allestimento era ridotto al minimo, di solito una semplice
pedana
limitata da cartelloni sullo sfondo; i personaggi mancavano di
connotazione individualistica e rappresentavano i diversi tipi delle
varie classi sociali: da una parte il capitalista e il borghese
trattati a mo’ di caricatura, dall’altra
l’operaio, il membro
del partito e il sindacalista. L’azione veniva commentata
attraverso l’inserimento di Song o allocuzioni al pubblico e
si
concludeva con il canto comune dell’Internazionale; i temi
erano
rigorosamente di attualità: uno sciopero, una campagna del
partito, una nuova legge che intaccava gli interessi dei lavoratori,
un attacco alla socialdemocrazia. Il fine era uno e sempre uguale:
agitare all’interno della classe operaia sottolineando le
contraddizioni del sistema capitalistico e propagandare, trasmettere,
cioè, informazioni e orientamenti del partito. Gli
spettacoli,
tra cui predominava il genere della rivista, erano facilmente
adattabili a diverse circostanze in quanto costituiti da singole
scene intercambiabili con la tecnica del montaggio.
La
medesima provenienza sociale degli organizzatori e dei fruitori
dell’evento –entrambi proletari-, permetteva
l’utilizzo di
simboli linguistici perfettamente riconoscibili da entrambe le parti.
Considerato come fenomeno di comunicazione, l’agit-prop si
distingueva per “(…) una sorta di
circolarità tautologica
della comunicazione: il messaggio infatti, i problemi della comune
condizione proletaria, elaborato ed espresso in un codice
perfettamente familiare ai due poli (…), diviene quasi pura
ridondanza poiché in realtà la fonte-destinatario
non
comunica che se stessa”.
Per
molti l’agitazione e la propaganda coincisero con due momenti
cronologicamente diversi, riferibili a due differenti stadi di
sviluppo del movimento: in un primo tempo ci si concentrò
sull’agitazione, resa possibile
dall’omogeneità sociale
tra pubblico e attori, durante la crisi del 1929 il baricentro si
spostò sulla propaganda e si avvertì
l’esigenza di
coinvolgere nuove categorie sociali come i ceti impiegatizi
piccolo-borghesi. La conseguente differenziazione degli spettatori
comportò un recupero dei moduli estetici del teatro
borghese:
individualizzazione dei personaggi, maggiore cura
nell’allestimento,
divisione del lavoro tra gli organizzatori dello spettacolo, adozione
di un codice linguistico più vicino a quello borghese,
inserimento di note esplicative sugli ambienti e sui temi trattati e
minore carica sovversiva.
Le
rappresentazioni agitprop crebbero in maniera vertiginosa alla fine
degli anni venti. Esse erano molto più adatte di qualsiasi
discorso -per quanto efficace- a convincere gli spettatori della
giustezza delle tesi comuniste. L’aggravarsi della situazione
economica e il conseguente ritiro degli aiuti esteri
paralizzò
i gruppi operai, incapaci di rispondere ed offrire convincenti
soluzioni agli emergenti conflitti sociali. Vi si aggiunga che su
questo tipo di teatro gravarono le accuse di semplicismo, eccessiva
ripetitività e schematismo di situazioni e personaggi.
Alcuni
degli orientamenti agit-prop riuscirono comunque a filtrare nelle
teorie della Gebrauchsmusik e a innervarne una
parte della
produzione teatrale.
Il
termine Gebrauchsmusik designò un tipo
di musica
finalizzata ad essere socialmente utilizzata, perciò musica
per film, radio, strumenti meccanici, musica che stimolasse dibattiti
politici e musica per amatori (sotto questa eccezione è
conosciuta anche come Gemeinschaftmusik). I lavori
erano
semplici nella struttura, facilmente recepibili ed eseguibili
poiché
realizzati da apparati orchestrali distretti, rifuggivano gli eccessi
ed i sentimentalismi romantici per rivolgersi alla realtà da
cui traevano spunto i testi. La disoccupazione, l’alienazione
del
lavoratore, la fragile economia, gli attriti tra borghesi ed operai e
il rischio di mercificazione dell’opera d’arte,
erano problemi
che non potevano essere più ignorati.
Ai fini del nostro discorso, ciò che più
interessa è
l’accezione di Gebrauchsmusik come
“musica per la
comunità”, da cui provengono i Lehrstücke
(drammi didattici), brevi opere messe in scena spesso nelle scuole,
con sobrio allestimento, testi a carattere pedagogico, musiche
eseguibili anche da dilettanti. La possibilità da parte dei
destinatari di diventare anche esecutori comportava la fusione del
momento di apprendimento con quello di esecuzione.
In
tale repertorio emerse il volto ambiguo dell’attenzione alla
“comunità” stigmatizzato da una frazione
della
Gebrauchsmusik. Ne è un
esempio il dramma didattico Das
Badener Lehrstück vom Einverständnis (1929)
che i due
autori, Hindemith per le musiche e Brecht per il libretto,
articolarono su motivazioni teoriche divergenti. Per il primo, che
rifuggiva da implicazioni di carattere politico e da un autentico
contatto con le prassi artistiche popolari, le finalità di
ogni dramma didattico erano esclusivamente estetiche: il piacere di
imparare e lavorare insieme, componendo ed eseguendo musica. Per
Brecht, invece, il Lehrstück intendeva
chiarire le idee
dell’autore e di tutti coloro che vi partecipavano e non
certo
fornire una esperienza emotiva. In una lettera aperta a Hindemith lo
scrittore di Augusta parlò di due diverse tendenze della
società tedesca di allora, a cui corrispondevano due
differenti tipi di musica: die fortschrittliche Musik
(musica
progressista) e die rückschrittliche Musik
(musica
reazionaria). Le composizioni di Hindemith si collocavano, a
parere del poeta, nel primo filone; la sua musica era, però,
fortschrittlich nel senso di riformista,
tendente cioè
ad un graduale cambiamento dell’apparato produttivo e
incapace di
assumere posizioni di netta rottura con la società
borghese-capitalistica, in cui quello apparato aveva le fondamenta.
Più che dar vita ad una cultura di stampo proletario, ci si
limitava a propugnare l’armonizzazione dei dissidi sociali
attraverso una razionalizzazione delle contraddizioni della
realtà,
risultato questo raggiungibile solo se le classi abbienti avessero
utilizzato l’arte come importante elemento di equilibrio
sociale e
politico e si fossero adoperate
“paternalisticamente” per una
acculturazione delle masse.
In
sintonia con Brecht si mosse anche Eisler che, smascherando
l’assenza
di tensione al cambiamento reale della società in molti
drammi
didattici, denunciò: “(…) il
divertimento disimpegnato era
contrabbandato per progresso e ammesso in società. La musica
deve essere un puro giochi di suoni e non deve esprimere alcun
sentimento umano. Così si giunse ad un nuovo virtuosismo, ad
una nuova spiritualità, a una nuova eleganza e a una
riposante
serenità”.
L’intenzione non era dar vita ad una esperienza emotiva, ma
incitare il pubblico alla mobilitazione:
Ciò che era
stato il fine principale, il piacere diventa mezzo per il fine. Il
testo non soddisfa più l’esigenza estetica del
bello per
educare il singolo, per rendergli accessibili e comprensibili le idee
della classe operaia, gli attuali problemi della lotta di classe. La
musica non utilizza più la propria bellezza come fine a se
stessa, ma porta invece ordine e disciplina nei confusi sentimenti
del singolo. In questa maniera avviene un nuovo grande cambiamento
della funzione dell’arte. Nata come guida, come strumento di
lotta
nella più difficile situazione della lotte di classe, essa
perde tutto quello che l’artista borghese dice
“bello”. Essa
prefigura in grande misura, già ai suoi inizi, quella che
sarà
la funzione dell’arte nella società senza classi.
Nelle
affermazioni di Brecht ed in quelle di Eisler affiorava la vera
problematica di tutta una epoca: colmare il distacco tra
intellettuali e popolo, un distacco che resisteva anche nel caso di
quegli artisti che avevano sposato “formalmente” la
causa del
socialismo e si erano proclamati vicini alle masse. Superando le
contraddizioni di coloro che concepivano il rapporto con la cultura
subalterna ancora in senso borghese -fare arte per
e non
con il popolo-, entrambi gli autori giunsero a scrivere testi e
musica politicamente avanzati che si forgiavano con la verifica dei
risultati nella classe operaia e che, inoltre, erano avanzati anche
da un punto di vista tecnico-estetico. La tecnica messa in atto
consisteva nel non rifiutare la tradizione borghese, ma assorbirla in
una nuova arte che sarebbe stata popolare nella misura in cui avrebbe
espresso le esigenze e la Weltanschauung della
classe
emergente.
La
commistione tra popolare e colto non era cosa nuova -nella storia
dell’arte sono rintracciabili vari esempi- ma nei lavori dei
due
artisti -ed è questo il punto- si realizzò
secondo
modalità e gradi di compenetrazione assolutamente originali.
La componente popolare rimase riconoscibile ed influente nel
determinare il fine da perseguire: dar vita ad un’arte
efficace
sulle masse al fine di una loro attiva partecipazione alla fondazione
di una società senza classi.
Per Brecht e Eisler non si trattava di creare qualcosa da vedere o
ascoltare nella confusa esperienza dell’immedesimazione
collettiva
(si sarebbe ricaduti nell’atteggiamento borghese
dell’ascoltatore-passivo); era necessario suscitare stupore,
meraviglia e perfino lo sgomento considerati non tanto emozioni, ma
atteggiamenti mentali che non inducono esperienza di vita
(Erlebnisse) bensì pensieri (Gedanke).
Solo
contemplando l’evento con distanza, lo si riusciva ad
indagare
nelle cause che lo avevano generato e si acquistava consapevolezza di
certe situazioni, condizione necessaria a poter innescare il
meccanismo del loro sovvertimento.
Fondamentale
nell’evoluzione di tale pratica fu il contatto con i gruppi
agit-prop. Nonostante i limiti e i risultati qualitativamente non
sempre buoni, essi costituirono una esperienza unica nella storia del
teatro: “quando (gli operai) hanno fatto poesia e teatro
–ricordò
Brecht nel 1938- sono stati originali e travolgenti. La cosiddetta
arte agit-prop che fa storcere molti nasi, ma non i migliori,
è
stata una miniera di nuovi mezzi artistici e moduli
espressivi”.
Il lavoro per e con il movimento agit-prop costituì un punto
di svolta anche nell’evoluzione artistica di Eisler:
Attraverso la prima
guerra mondiale ero diventato socialista e cercavo di applicare
quello che avevo imparato. Non era facile. Da studente dirigevo cori
operai e insegnavo musica in scuole operaie, ma come compositore non
sapevo ancora che strada imboccare. Solo a Berlino potei passare
dalla teoria alla prassi. La prima esperienza pratica la fece quando
nel 1927 diventai pianista e compositore del gruppo di agitprop
Megafono rosso. I miei colleghi borghesi la consideravano una
occupazione primitiva e una specie di
“umiliazione”; io però
sapevo di poter imparare in questa maniera qualcosa di nuovo. Durante
le molte manifestazioni in cui suonai con il Megafono rosso imparai a
conoscere gli operai di Berlino e imparai a comporre per loro.
I
latenti riverberi del fenomeno agit-prop sulle avanguardie di Weimar
problematizzarono il progetto di democratizzazione dell’arte,
così
rapidamente abbracciato da studiosi ed artisti con formazioni molto
distanti e innescarono dibattiti tuttora attuali, che continuano ad
alimentare -sia pure in condizioni storiche mutate- interrogativi sui
limiti ed i crocevia di due ambiti rimasti cristallizzati -per molto
tempo- in blocchi distinti, a volte contrapposti.
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