|
MARIA
INNOCENZA RUNCO
KURT
WEILL E IL TEATRO MUSICALE DEGLI ANNI VENTI
|
„…nell’elaborare
il modello originale secondo nuovi propositi […] non volevamo
semplicemente parodiare l’opera, ma dar vita a un nuovo genere di
teatro da sviluppare in futuro”.
Le
parole sono di Kurt Weill che così si espresse all’indomani
del folgorante successo della Dreigroschenoper (L’Opera
da tre soldi), rifacimento della settecentesca The
Beggars’ Opera (L’opera dei mendicanti) di John Gay,
messa in scena sui testi di Bertolt Brecht.
Rivoluzionario
fu l’incontro tra Brecht e Weill perché rivoluzionari furono
i termini in cui si realizzò la loro collaborazione: non più
il caso di un librettista che passivamente affiancava il compositore
nè quello di un musicista che si accontentava del ruolo di
accompagnatore, ma la singolare vicenda di due artisti che,
indipendenti l’uno dall’altro, si adoperarono per il
conseguimento di un obiettivo comune: modificare il senso e la
funzione del teatro e della sua musica .
Il
panorama musicale tedesco alla fine degli anni venti si era
cristallizzato in una rigida dicotomia: da un lato il patrimonio
tradizionale riservato ad una cerchia ristretta di abitudinari e
custodito da compositori come Richard Strauss, Humperdinck, Pfitzner,
per i quali, in campo operistico, l’unico modello valido era il
Gesamtkunstwerk, dall’altro il vivace mondo delle sale da
ballo e dei cabaret brulicanti di jazz e canzonette.
Il
merito di Weill fu l’aver saputo irrompere con dinamico eclettismo
nella staticità dei due blocchi e piegarli fino a farli
interagire tra loro; il risultato furono melodie caratterizzate da
una geniale e raffinata commistione di musica seria e musica leggera.
A
tale felice sintesi il musicista arrivò mosso dal desiderio di
infrangere la cornice elitaria dell’arte, strapparla alla sua
splendid isolation, affinché si inserisse come
strumento di intervento nella società provocando la coscienza
del pubblico con dubbi e domande,senza però, per questo,
rinunciare alla sua valenza estetica.
Il
terreno fertile per concretizzare aspirazioni simili fu il teatro
che, da vacuo divertissement, Weill aspirava a trasformare in
arena di dibattiti e ripensamenti, dove ogni artista era chiamato a
smascherare le tensioni e le contraddizioni dell’uomo e della
società moderna.
L’espediente
utilizzato fu lo straniamento che innervò la produzione
teatrale weilliana in due forme. Da una parte ad essere straniato fu
il repertorio serio, fruito dai ceti più abbienti, ai quali,
in quanto detentori del potere politico-economico, il musicista
chiedeva di mitigare i dissidi sociali e dar vita a un mondo più
giusto e un’arte più democratica. Dall’altra venne
estraniata la musica leggera amata dai ceti inferiori, che il giovane
compositore sentiva di dover sollecitare ad una partecipazione più
attiva alla vita pubblica e ad una maggiore coscienza dei propri
diritti.
La
tesi del presente studio è la seguente: il teatro musicale
teorizzato da Weill è un teatro attuale che demistifica in
senso straniante; la musica, come le altre componenti della
rappresentazione, testo verbale e spazio scenico, contribuisce al
processo di demistificazione presentandosi in forma straniata e
fissando il gesto base di ogni scena.
L’indagine
sarà condotta a partire esclusivamente dagli scritti di Weill
formulati tra il 1928 e il 1930,
anni a cui risalgono i primi allestimenti della Dreigroschenoper
e di Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny (Ascesa e Caduta
della città di Mahagonny).
Punto
di avvio della nostra analisi è il concetto di attualità
su cui si snoda il saggio Aktuelles Theater (Teatro
attuale).
Lo
slogan di molte teorie estetiche del tempo era il richiamo
all’attualità, concetto questo abbastanza ambiguo, se, fa
notare Weill, veniva propugnato con la stessa naturalezza dall’ala
conservatrice e da quella più progressista del teatro:
„Nessuna
altra tendenza del teatro moderno è stata propagandata dai
rappresentati del teatro conservatore così repentinamente e
diffusa così superficialmente come il richiamo all’attualità
e poiché lo stesso concetto di attualità servì
alla giovane generazione come ponte con il pubblico e con il
successo, oggi si è veduta a creare una situazione di
reciproci equivoci”.
Il
musicista individua due forme di teatro attuale allora in voga.
La
prima, definita Metropolis-Aktualiät (Attualità
alla Metropolis)
dal film di successo Metropolis realizzato da Fritz Lang nel
1926, evita di prendere posizione, limitandosi a desumere dalla
realtà solo l’ambiente esterno in cui fa agire uomini
ancorati, anacronisticamente, alle ideologie del passato. Qualsiasi
tentativo di analisi sociale soccombe davanti ad una rappresentazione
oscura e retorica della realtà. Secondo Weill il film fallisce
nel tentativo di mostrare i rischi per una
società troppo dedita ai beni materiali e all’eccessiva
industrializzazione e di evidenziare la distanza pericolosa che si
era venuta a creare tra due mondi, tra chi governa i mezzi meccanici
e chi ne è schiavo. La mancanza di coscienza politica tra gli
operai, lo strapotere del padrone della città, conservato
intatto anche dopo la conciliazione finale, non lasciano intravedere
alcuna istanza di cambiamento concreto, piuttosto, diventano i
presupposti di un persistente inno allo status-quo. Scrive
Weill:
„Era
ovvio che questa banale attualità fosse recepita anche dai
membri del teatro conservatore perché essa non apportò
nulla di nuovo alle forme teatrali già esistenti, non scosse
le opinioni dello spettatore e una piccola svolta a sinistra risultò
persino vantaggiosa alla cassa. In fondo questo orientamento continua
a rimanere ancorato alle idee wagneriane. E’ ancora il teatro del
superuomo, delle esagerazioni, dello stile artificioso e poco
scorrevole”.
Il
secondo esempio di attualità è quello di un teatro
intriso di fatti e soggetti reali. Contrariamente al conservatorismo
alla Metropolis, questo tipo di drammaturgia salvaguardia
l’idea d’attualità sia negli ambienti che nelle dramatis
personae scelte: attuali sono infatti le situazioni descritte
così come i loro protagonisti. Ci si rende conto qui che
l’uomo di oggi è diverso per sentimenti e modi di agire da
quello delle generazioni precedenti: gli equilibri e le certezze del
passato sono crollate davanti all’inarrestabile corso degli eventi
e sostituiti da valori ed aspettative nuovi da cui il teatro non può
prescindere. Il limite a cui tale genere soggiace è però
quello di ricadere nel naturalismo, di limitarsi a fotografare la
realtà anziché rifletterla, di evitare cioè di
indurre gli spettatori ad un ripensamento critico dei fatti
rappresentati sulla scena. Li si guarda al massimo con una
carezzevole disapprovazione come quando, paternalisticamente, si
rimprovera un bambino senza mutare nulla nelle proprie convinzioni.
Per
Weill, invece, due sono i requisiti indispensabili a definire
un’opera veramente attuale: l’attualità del suo rapporto
con il tempo e dei suoi mezzi espressivi.
Il
giovane compositore bandisce ogni forma di attualità a breve
termine, quella cioè legata a particolari avvenimenti e
propone l’attualità del tempo, attraverso i grandi eventi
dell’epoca di interesse collettivo (guerra, inflazione,
capitalismo), in cui sono riconoscibili i tormenti spirituali
dell’uomo moderno. E’ un’attualità che assolve la sua
funzione sociale perché non consacrata all’eternità
ma al tempo in cui viene prodotta e al cui miglioramento è
chiamata a collaborare.
E
ancora: in un periodo di repentini capovolgimenti sociali, essere
attuale vuol dire non soltanto esporre temi dell’epoca, ma dare ad
essi una incontestabile forma. Incoerente sarebbe, infatti, esprimere
le idee del ventesimo secolo con lo stesso linguaggio, la stessa
musica e lo stesso apparato scenico adoperato nel periodo romantico.
E’ necessario che l’attualità del contenuto si sposi ad
una musica che perda ogni pretesa di esagerare le tensioni facendo
leva sullo stato emozionale del pubblico, ma lo solleciti
all’osservazione distaccata e razionale. Meno impegnato di Brecht
sul fronte di una critica al contesto socio-economico di stampo
spiccatamente politico e più incline a considerazioni di
carattere musicale, Weill affronta il concetto di attualità
coniugandolo a implicazioni di natura formale:
„…sappiamo
e abbiamo già dimostrato che il teatro moderno offre la
possibilità di creare un nuovo genere operistico a patto però
di non fermarsi ad una rappresentazione parziale e superficiale della
realtà ma di presentare un argomento attuale nella forma
adeguata del teatro musicale di attualità”.
Un
testo teatrale è davvero attuale se accompagnato da una musica
che sproni il pubblico a pensare. Solo così, simile
all’immagine che si riverbera in uno specchio, i fatti potranno
abbandonare il palco per trasferirsi nella mente dello spettatore e
diventare oggetto di analisi e di eventuale giudizio.
Già
da questo breve saggio è possibile enucleare due punti fermi
del programma teorico di Weill, attraverso i quali il musicista si
impegnò assiduamente per disincagliare l’opera dalle secche
del misticismo wagneriano: la realtà del XX secolo da
sostituire all’irrealtà della mitologia germanica e una
musica dotata di forte impatto critico da preferire ad una
preoccupata di creare solo predisposizioni d’animo.
Weill
concepisce l’attualità del teatro come legata
indissolubilmente alla sua funzione demistificante. Nel binomio
attualizzare-demistificare sta la differenza tra lavori come la
Dreigroschenoper e Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny e
quella blanda drammaturgia di tendenza documentarista così di
moda nella Repubblica di Weimar.
Il
grande tema proposto nella Dreigroschenoper è la
società del tempo presentata per come essa è realmente
e non per come si sforza di apparire.
L’apparato
dominante mistifica la realtà, fa passare per autentici e
disinteressati sentimenti, calcoli sul profitto, opportunismi di
circostanza, tornaconti personali; il compito storico del teatro
diventa, dunque, quello di demistificare quanto di più marcio
cova all’interno di quel mondo.
La
polemica dell’opera non risparmia alcuni istituti della morale e
del costume tradizionale alla cui sacralità mostra di non
credere affatto e invita lo spettatore a non credervi più. Si
veda il destino della famiglia borghese esemplificato, da un lato,
dal rapporto di Polly con Mackie, dall’altro da quello di Peachum
con sua figlia.
Il
matrimonio tra Polly e Mackie è l’attacco più
scoperto ad uno degli istituti più cari all’ideologia
tradizionale. La retorica e il piglio ironico del duetto d’amore
tra i due svela con pungente insistenza l’assenza di sentimento.
Non è l’amore a tenerli uniti ma l’interesse. Per l’audace
capitano Polly è un’occasione per rinvigorire le proprie
finanze; dal canto suo la ragazza non spreca fatica per salvarlo
dalla forca, una volta assunta la direzione della banda e la
proprietà dell’azienda.
Peachum
considera sua figlia nient’altro che uno strumento di lavoro. Con
orrore e disperazione apprende la notizia del suo matrimonio: perdere
Polly lo condannerebbe alla rovina economica, che in un contesto di
crescente idolatria del denaro, equivarrebbe alla completa disfatta.
Nello
svecchiare il teatro musicale dalla patina anacronistica della
drammaturgia tardo-romantica, Weill esigeva rigore e onestà:
nella proposizione di argomenti attuali non bastava registrare
superficialmente i fenomeni e colorirli di reale, bensì
penetrare negli eventi, esaminarli, interpretarli, ricercare le cause
prime e comunicare al pubblico i risultati raggiunti. Ma in che modo?
Facendo del teatro una sorta di „banchetto della morale” in cui
offrire gratuitamente aridi ammaestramenti e approntare un decalogo
delle buone azioni? No di certo; l’effetto sugli spettatori, in un
caso simile, sarebbe stato poco efficace. E’ meglio allora, secondo
Weill, che la verità emerga in modo più mediato e
sottile. A tale scopo il musicista si affidò all’espediente
dello straniamento.
La
definizione del concetto di straniamento più vicina alle sue
intenzioni ci sembra essere quella di Bloch, secondo il quale:
„il
processo di straniamento risulta dallo staccarsi di un avvenimento,
di un personaggio dalla sua forma attuale, in maniera tale che esso
venga riguardato come meno ovvio. Dopo di che può darsi che
le bende cadano dagli occhi – exempla docent – ma solo
indirettamente. Non da ultimo con tale termine dovrà essere
compreso proprio l’alienazione di ciò che è noto, in
cui la deviazione si manifesta come via più breve, la
preparazione attraverso un allontanamento, e l’alienazione risulta
dunque più antica della sua parola”.
Sul
piano contenutistico viene estraniata la realtà dei bassifondi
affidando ad un mendicante e ad un bandito pensieri ed azioni
tipicamente borghesi per colpire, provocatoriamente, proprio
quest’ultimi, identificando sostanzialmente i sistemi più
spiccioli del malviventi di strada con quelli più elaborati
del capitalismo moderno. Peachum e Macheath non sono, infatti, i
“soliti” membri del Lumpenproletariat che il pubblico si
aspetterebbe di vedere perché pensano e agiscono secondo
modelli borghesi.
Weill
estrania la forma operistica allora in auge, quella cioè
ereditata dalle sperimentazioni wagneriane, recuperando l’opera a
numeri coltivata fino alla teorizzazione del Gesamtkunstwerk,
che contamina di stilemi jazzistici e ritmi ballabili, accompagnati
da una compagine orchestrale rinnovata nel numero e nelle sonorità.
L’ascolto
di una musica che solo in parte rispettava le norme codificate dalla
tradizione (quelle fissate nel secondo ottocento) e che solo
apparentemente rispondeva all’attesa di trascinare emotivamente lo
spettatore, avrebbe destato l’attenzione di quest’ultimo. Al
disorientamento iniziale sarebbe subentrato la riflessione e il
graduale riconoscimento della propria responsabilità nella
stabilizzazione di atteggiamenti da condannare.
Se
nel teatro romantico il pubblico, seduto nella penombra narcotica
della sala, si abbandonava rapito e passivo, grazie anche alla
complicità della musica, a quel sortilegio che era
l’immedesimazione, nel teatro pensato da Weill sarà invece
stimolato ad osservare criticamente la vicenda senza lasciarsi
“condurre” da essa. I personaggi da soggetti ammaliatori
diventeranno oggetto di giudizio e commento.
Il
compito del musicista era, dunque, sforzarsi affinché
lo spettatore non perseguisse una dinamica a senso obbligato, in cui
non gli fosse concesso di guardare verso destra e verso sinistra, in
basso o in alto, ma rimanesse sveglio per formarsi una propria idea
sull’evento fruito. Nel teatro tradizionale era „la cosa” a
farlo pensare, ora doveva essere lui a pensare „alla cosa”.
La
prima forma di straniamento musicale riguarda la separazione tra le
parti recitate e quelle cantate.
L’alternanza
tra il recitativo, il tessuto narrativo dell’opera e l’aria, il
momento lirico per eccellenza, in cui il cantante facendo leva sulle
proprie doti belcantistiche esprimeva il sentimento da cui in quel
momento era governato, era stata compromessa da Wagner che ne aveva
sbiadito i contorni con l’introduzione dei Leitmotive (motivi
conduttori). Weill la recuperò adottando i numeri chiusi
tipici del teatro pre-wagneriano (duetti, terzetti, finali a coro)
che inserì in una struttura dialogica; a riguardo scrisse:
„Nella
Dreigroschenoper è stata possibile una nuova
impostazione perché qui abbiamo avuto l’occasione di
ricominciare completamente daccapo; il nostro obiettivo era ritornare
alla forma originaria dell’opera”.
L’
azione scenica doveva essere palesemente interrotta ogni qualvolta si
iniziasse a cantare. Anziché muovere i fatti o soccorrere le
parole quando queste risultassero incapaci di suscitare sentimenti,
la musica coincideva con i momenti statici dell’azione:
„Avevo
un’azione realistica, dovevo contrapporle la musica perché
ad essa non riconosco alcuna possibilità di ottenere effetti
realistici. Così dunque l’azione sarebbe stata interrotta
per fare musica oppure la si sarebbe condotta ad un punto in cui
fosse del tutto scontato che si dovesse cantare”.
Diversa
dalla musica di scena che si risolve in mero sfondo sonoro e il cui
compito è sempre in relazione a situazioni drammatiche risolte
autonomamente sul palcoscenico, la musica di Weill trova ragione
d’essere in se stessa perché, con propri strumenti,
contribuisce a distanziarci da una realtà che ormai accettiamo
acriticamente per troppa consuetudine; osservandola con occhi nuovi,
come un fatto nuovo e ancora da spiegare, possiamo vedere che cosa in
essa non funziona e intervenire per modificarla.
All’indipendenza
dall’organizzazione scenica si accompagna quella dall’ossatura
verbale: il gioco di reciproca autonomia tra i momenti recitati e
quelli cantati, formulato con l'austera volontà di porre
ordine nel magma musicale wagneriano lasciando emergere così
la carica polemica del pezzo, si estende anche al rapporto
suoni-parole all’interno del medesimo numero musicale.
Nel
primo finale della Dreigroschenoper Weill si dimostrò
artista di brillanti intuizioni facendo eseguire gli aforismi di
Peachum da unisoni paralleli e accordi del valore di minime
accompagnati dall’armonium: all’indegna attività di
sfruttamento esercitata da Peachum sui suoi mendicanti (e su moglie e
figlia) con l’aiuto della religione, si contrappone la solennità
di uno dei modelli musicali più cari al popolo tedesco: il
Corale. Tale contrasto, smascherando la pseudo-religiosità
dell’uomo, svela un potenziale critico che disorienta
immediatamente gli spettatori.
Musica
quindi indipendente dalle dinamiche sceniche e dal teso, ma
indispensabile ad esse perché, come ogni altro elemento
formale della rappresentazione, era responsabile verso la resa
conoscitiva del tutto o, detto diversamente, verso la presa di
conoscenza da parte del pubblico delle verità demistificate
all’interno di un argomento attuale.
Se
ci domandiamo che cosa separi la musica di Weill da quella di
Hindemith, di cui pure condivide l’attitudine alla semplicità,
dobbiamo riconoscere che non è nella forma quanto nel
contenuto che va cercata la risposta e la si trova: il fox di Weill
non condivide le finalità puramente artigianali di Hindemith.
La sua musica è tutta misurata sul proposito di suscitare un
giudizio critico sul testo e qui impone il discorso su di sé:
essa elude volutamente ogni fine meramente gastronomico o
teorico-musicale per realizzarsi nella narrazione dove cioè il
mezzo è scelto nella sola preoccupazione di resa del
contenuto.
All’aria,
contemplata nel codice operistico del passato, subentra il Song che
occultava, dietro un tono sfacciato e pseudo-sentimentale, la
gloriosa eredità del Lied austro-tedesco.
Si
assiste ad un processo di semplificazione della scrittura musicale e
all’elaborazione di canzoni lineari, comprensibili e facilmente
eseguibili da cantanti non professionisti come gli attori:
„Il
ritorno alla forma originaria dell’opera comportò una
semplificazione del linguaggio musicale. Si doveva scrivere una
musica che potesse essere cantata da attori, cioè da gente non
esperta di musica. Ma ciò che apparve una limitazione, nel
corso dell’opera si rivelò un importante arricchimento. Solo
il decorso di una melodia chiara e comprensibile rese possibile ciò
che è riuscito nella Dreigroschenoper: la creazione di
un nuovo genere del teatro musicale”.
In
un periodo di concitati ripensamenti, in cui il baricentro del
discorso musicale verteva sulla questione dell’atonalità e
politonalità, Weill dà la propria risposta eludendo
paradossalmente tale domanda e proponendo una musica essenzialmente
melodica ed orecchiabile che viene dalla realtà e di essa si
nutre.
Il
giovane compositore non si limita a riportare sulla scena l’opera
settecentesca ma, da figlio del suo tempo, la arricchisce di qualcosa
di veramente attuale, il jazz, che in più di una occasione non
mancò di elogiare.
Nello
scritto Notiz zum Jazz (Riflessioni sul Jazz) Weill considera
riduttivo ricondurre il jazz a semplice musica da ballo. Esso è
qualcosa di più e, forzando la rigida cornice della prassi
musicale tradizionale, può diventare elemento portante
nell’impalcatura di un’opera a patto che sia innalzato a livello
della musica seria. Numerose sono le qualità di un musicista
jazz: la capacità di improvvisazione, di suonare a memoria, di
padroneggiare più strumenti e soprattutto di muoversi
indipendentemente dagli altri ma allo stesso tempo contribuire alla
resa musicale del tutto. Lo strumentista jazz infatti è un
bravo solista che riesce, altresì, a calarsi perfettamente in
un contesto di gruppo.
Straniato
è anche l’organico strumentale. Gli apparati orchestrali di
tipo wagneriano o mahleriano, lasciano il posto a compagini ridotte
che accolgono strumenti considerati fino ad allora troppo plebei per
avere accesso in un teatro. La prima della Dreigroschenoper
fu musicata da una piccola jazz-band di soli sette elementi che
si esibirono con flauti, clarinetti, sassofoni, trombe, un fagotto,
un violoncello, un contrabbasso, i timpani, una batteria, un
pianoforte, un harmonium, un bandoneon, una celesta , un banjo ed una
chitarra hawaiana.
Con
orgoglio Weill poté affermare qualche mese più tardi:
„…con
la Dreigroschenoper si è riusciti per la prima volta a
fare breccia nell’industria di consumo che fino ad ora era
riservata ad un tipo di musicisti e scrittori completamente diverso,
raggiungendo un pubblico che non ci conosceva o che ci negava
comunque la capacità di interessare una cerchia di uditori
che andasse al di là dei soliti frequentatori delle sale
operistiche e da concerto”.
Il
risultato ottenuto, infatti, fu un’opera alternativa a quella
tradizionale per il tipo di pubblico interessato, ma, soprattutto,
per i mezzi espressivi adoperati.
In
Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny Weill persegue nella via
inaugurata dalla Dreigroschenoper, mostrando di aver affinato
le tecniche e maturato gli spunti degli anni precedenti. L’opera è,
infatti, un esempio ancora più significativo di quel teatro
che Weill definisce attuale.
Nel
saggio Sulla prima messa in scena dell’opera Mahagonny (Zur
Uraufführung der Mahagonny-Oper) l’autore offre una
concisa ma accurata sintesi del contenuto:
„Come
si evince dal titolo il contenuto dell’opera è la storia di
una città, la sua fondazione, le sue prime crisi, il suo
periodo di massima splendore ed il suo declino. Due uomini e una
donna in fuga dalla polizia si fermano in una regione desolata, non
possono proseguire perché la loro auto è rotta.
Decidono quindi di fondare una città, in cui soddisfare i
bisogni della gente che dalla costa d’avorio arriva fino a lì.
In questa città-paradiso si conduce una vita idilliaca e
tranquilla. Ma questo alla lunga rende insoddisfatti. Un tifone si
scaglia contro la città e nella notte del terrore, mentre gli
uomini aspettano la morte, un taglialegna di nome Johann Ackermann
scopre la nuova legge della città che recita: Tutto è
lecito. Il tifone scompare risparmiando la città. Si vive
ancora secondo le nuove leggi. La città rifiorisce. Le
esigenze aumentano e con esse i prezzi perché tutto è
lecito ma solo a patto che lo si possa pagare. Johann Ackermann è
vittima della sua legge poiché, quando non ha più
denaro, viene condannato a morte. E’ l’ora decisiva della città
di Mahagonny. I prezzi crescono smisuratamente e una protesta contro
il rincaro e per la sopravvivenza dell’età dell’oro
annuncia la fine della città paradiso”.
Il
fatto che Mahagonny non si trovi su nessuna carta geografica non deve
trarre in inganno; essa è una città reale perché
è lo specchio di ogni società capitalista, queste le
parole di Weill a proposito:
„Questa
è la storia della città di Mahagonny, presentata con
quadri di costume del ventesimo secolo posti in successione. Essa è
una parabola della vita di oggi. La protagonista dell’opera è
la città. […] mostriamo le singole fasi della sua storia
nelle sue ripercussioni sull’uomo poiché, come i bisogni
umani influenzano lo sviluppo di Mahagonny, così la città
modifica l’atteggiamento degli uomini”.
Le
scelta contenutistiche di Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny
riecheggiano quelle della Dreigroschenoper. Anche qui
attualizzare il teatro significò per Weill concentrarsi sulla
società a lui contemporanea e su come le sue logiche interne,
che ne permettono la sopravvivenza, gravano sull’umana esistenza.
L’intento
demistificante è, però, più palese perché
ad essere svelata non è solo la natura di certi rapporti
personali, ma quella di un’intera città che seduce
promettendo il paradiso sulla terra ma regala invece solo
insoddisfazione, rivelandosi un luogo di perdizione e di infelicità
dove le donne si prostituiscono e gli uomini sono abbruttiti dal
gioco e dall’alcool.
Sotto
accusa è l’intero sistema capitalistico che aveva fatto del
denaro il principio regolatore di ogni rapporto e dei sentimenti una
merce di scambio.
Anche
questa volta si propese verso una costruzione straniata della realtà
in cui a farsi portavoce del credo capitalistico sono tre ladruncoli
desiderosi di avventarsi sui risparmi di altrettanti taglialegna.
In
musica il compositore estrania l’opera romantica riprendendo la
forma chiusa resa adottabile grazie ad un decorso del contenuto
articolato in scene. La storia di Mahagonny è concepita come
un graduale allineamento di situazioni,
„…essa
è perciò – secondo Weill – la forma ideale del
teatro musicale perché soltanto singole situazioni possono
essere musicate in forma chiusa e proprio tale sequenza di
condizioni, connesse l’una all’altra, dà luogo alla forma
del teatro musicale più complessa: l’opera”.
Ad
ogni scena, quindi, corrispondeva un numero musicale:
„Si
tratta di una successione di 21 numeri chiusi. Ognuno di essi è
una scena a se stante che viene introdotta da un titolo in forma
narrativa. La musica non è più un elemento che muove
l’azione ma comincia là dove se ne presentano le condizioni.
[…] Il testo è perciò costruito sin dall’inizio in
modo da rappresentare una sequenza i situazioni che nel loro
svolgimento, issato musicalmente e dinamicamente, da luogo ad una
forma drammatica”.
Da
questo punto di vista Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny,
ancora più marcatamente della Dreigroschenoper,
si pose non solo contro il melodramma guglielmino ma sferzò
un chiaro attacco all’avanguardia. I suoi numeri chiusi non sono
quelli delle opere di Strawinskji. La forma chiusa di Weill si
stabilisce come condizione scenica per definire gli elementi opposti
della rappresentazione e la loro dialettica correlazione sul momento
demistificante: musica, parole e cartelli operano indipendentemente
per svelare e trasmettere quanto di più corrotto si annidava
tra le pieghe del mito del benessere e del progresso nel primo
dopoguerra. La musica di Strawinskji è anche essa mediata
attraverso la forma chiusa ma in funzione cerimoniale, diretta
all’evasione; il suo fine era rinnovare formalmente l’opera. Per
Weill si trattava di modificare la sua funzione trasformandola da
intrattenimento emozionale a momento di ripensamento critico in cui
l’intreccio musicale si dipanasse accanto e contro il testo e la
scena, non per enfatizzare ed emozionare ma per far riflettere.
Weill,
cosciente della pseudo-rivoluzionarietà di alcuni esperimenti
musicali di quegli anni, scrisse:
„Il
principio dell’opera a numeri è stato ripreso in molti
lavori musicali degli ultimi anni come reazione al nebuloso
Musikdrama ma si è trattato di una scelta formale che
ha lasciato invariata la funzione della musica: essa infatti è
stata divisa in numeri ma le si è lasciato l’ingrato compito
di raffigurare l’azione e di sostenerla”.
Ma
in che senso si può parlare di numeri chiusi in un’opera
cantata da cima a fondo come Aufstieg und Fall der Stadt
Mahagonny? Rispetto alla Dreigroschenoper, in cui netta
era la divisione tra momenti recitati senza alcun sostegno sonoro, i
dialoghi, e i Songs, in Mahagonny la differenza è più
sottile e si concretizza nelle didascalie enunciate a voce o fatte
scorrere su cartelli e i lunghi periodi musicali:
„Abbiamo
sostituito nell’opera Mahagonny il dialogo con scritte che
vengono proiettate su uno schermo tra i numeri musicali e consentono
il passaggio alla scena seguente”.
E
ancora:
„La
forma della cronaca qui scelta non è altro che una successione
di situazioni, ognuna delle quali viene introdotta da un titolo che,
in forma epica, determina il passaggio alla scienza successiva”.
Pur
incanalato in forme più lunghe, lo stile generale della musica
doveva ricordare però quello delle canzonette; scrive Weill:
„In
Mahagonny il genere Song […] non poteva da solo bastare a
coprire un’intera serata. Era indispensabile ricorrere a forme più
estese ma lo stile semplice e canzonettistico doveva rimanere”.
Secondo
Fedele D’Amico:
„Nella
Dreigroschenoper la musica è costituita da canzoni vere
e proprie che intervengono ogni tanto ad interrompere l’azione di
una commedia recitata, per commentarla in Austieg und Fall der
Stadt Mahagonny, che invece è un’opera cantata da cima a
fondo, la canzone vera e propria è relativamente rara, quel
che è onnipresente è il suo spirito: la partenza
spavalda dell’idea melodica, il ritmo di ballabile o di marcia da
circo, certe quadrature compositive”.
L’opera
tradizionale venne ulteriormente estraniata cambiando la posizione
dell’orchestra che Weill consiglia di spostare nella parte alta
della scena:
„I
monologhi devono essere recitati più vicino possibile agli
spettatori. E’ perciò consigliabile posizionare l’orchestra
all’altezza della platea ed erigere al suo interno un palco dove
poter recitare alcune scene”.
Alla
consueta formazione, di dimensioni inferiori rispetto agli apparati
romantici, Weill non mancò di aggiungere gli insoliti
bandoneon, harmonium, banjo e chitarra bassa.
E
censurando il soggettivismo romantico affermò:
„Tutte
le canzoni nell’opera sono espressioni della comunità anche
là dove vengono interpretate dal singolo che si fa portavoce
di speranze e timori collettivi. Due gruppi su profilano all’inizio
sulla scena: quello dei fondatori e quello dei nuovi arrivati. I
sostenitori della nuova legge combattono contro i dissenzienti alla
fine del primo atto. Il destino del singolo viene presentato là
dove esemplifica quello della città”.
Descritto
così lo stile di Weill rischierebbe di essere
equiparato ad un tipo di musica orecchiabile, di intonazione
popolare, con reminiscenze di tradizione classica e spunti di critica
sociale che, nella loro eccessiva immediatezza, risulterebbero poco
corrosivi come quelli di tante melodie dei caffè berlinesi di
quegli anni. Il compositore evita tale pericolo, estraniando,
(seconda forma di straniamento) quasi paradossalmente, anche la
musica di intrattenimento.
Nella
Dreigroschenoper vengono estraniati i seguenti ritmi di danza:
il fox trot del numero 7 manca di un criterio fondamentale: il ritmo
leggermente sincopato; lo shimmy, che è una danza
moderatamente veloce in un tempo alla breve con un ritmo sincopato,
non presenta sincopi ed è accompagnato, come al numero 13,
dall’indicazione „molto ritardando”; lo straniamento della
marcia presente al numero 6 si rivela primariamente nella
strumentazione, nella tonalità e nell’armonia; la forma
ritmica del tango qui usata infine, non assomiglia a nessuno dei
tanghi eseguiti nella Germania dell’epoca.
In
Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny formule e soluzioni
armoniche tipiche della musica colta impregnano la marcia ai numeri 1
e 20, il valzer lento al numero 13, il blues al numero 16 e il valzer
al numero 20.
Lo
straniamento della musica leggera non riguarda solo le musiche da
ballo, ma corrode la struttura complessiva degli stessi Songs che,
lungi dal ridursi a banali canzoni popolari, vivono di elaborati
giochi di modulazione, cadenze inattese e sottili variazioni nei
refrains, caratteristiche queste non riscontrabili nelle
melodie commerciali che un orecchio poco educato tende ad ignorare
nel tentativo di rendere la melodia quanto più possibile
orecchiabile:
„Qualunque
spettatore – precisa Massimo Mila – se ne va via con tre o
quattro canzoni nelle orecchie e se le canticchia all’uscita del
teatro. Infallibilmente la memoria vi tradisce in questa operazione e
senza accorgervene deformate di piccoli particolari il contorno della
melodia originale. E subito c’è tra il testo autentico e la
versione che è storpiata a memoria la stessa differenza che
c’è tra una macchina appena uscita di carrozzeria e un’altra
con un bollo in un parafango, una portiera fiaccata, il paraurti un
po’ storto e qualche graffio arrugginito nella vernice”.
Estraniando
le canzonette, attribuendo loro cioè una forma diversa da
quella abituale, Weill ne modifica l’effetto spingendole a
suscitare sensazioni differenti da quelle solite della musica di
intrattenimento. Se infatti questa procura agli ascoltatori brevi
momenti di evasione, surrogati di felicità, i Songs di
Weill dispensano solo amarezza. In un mondo in cui la legge vigente è
quella di considerare gli altri solo mezzi per il perseguimento dei
propri interessi non c’è spazio per l’amore disinteressato
tra marito e moglie, o tra padre e figlia, né per il desiderio
di un povero uomo di vivere onestamente; qualsiasi sentimento o
speranza di felicità crolla davanti alla sopraffazione e
all’inganno, ciò che rimane è solo un profondo
disagio di cui i Songs diventano inconfondibili portavoce.
A
spingere Weill verso un netto rifiuto della musica leggera per come
essa si presenta in commercio non è solo la sua natura di
compositore colto, ma il tentativo di sottrarla ad un uso
mistificante che non ha altro merito se non quello di aumentare
l’acquiescenza degli oppressi verso gli oppressori, degli sfruttati
verso gli sfruttatori.
Per
comprendere l’inesistenza di tale apparente contraddizione ci
sembra indispensabile far riferimento a quanto contenuto in Die
Oper-wohin? (L’Opera- dove?),
saggio risalente al 1929 in cui, approfondendo idee abbozzate durante
la gestazione della Dreigroschenoper, Weill chiarisce e
programma tendenze che informeranno coscientemente lo stile di
Mahagonny.
Già
nelle prime righe dell’articolo il compositore da una definizione
di Gebrauchsmusik (musica d’uso)
molto personale, identificando questo genere con il suo modo di fare
e intendere la musica in teatro: la rinuncia all’art-pour-l’art,
l’abolizione del principio individualistico dell’arte,
l’accostarsi alla musica come bisogno umano atto a esprimere i
sentimenti e le azioni più semplici, sono i tratti
caratterizzanti della sua musica d’uso.
La
Gebrauchsmusik di Weill si delinea a partire da un rapporto non di
antitesi, ma di dialettica mediazione tra musica seria e leggera: in
un’opera gli elementi della musica commerciale dovranno essere
innalzati e accogliere parte dei principi e dei criteri del
repertorio classico e quest’ultimo dovrà essere arricchito
delle moderne sonorità.
Niente
di più sbagliato, secondo il compositore, condividere
l’uguaglianza Gebrauchsmusik=Verbrauchsmusik (musica commerciale),
perché la prima ha, rispetto alla seconda, una maggiore
valenza artistica.
Se
è doveroso per un compositore chiedersi se ciò che fa è
utile alla comunità, altrettanto importante è per lui
interrogarsi sulla natura artistica della propria produzione, perché
solo ciò decide della qualità del lavoro.
Scrivere
opere accessibili a strati sociali più vasti non può
significare uniformarsi ai criteri della musica leggera più
spicciola, se infatti l’effetto di questa è dolce quello
della musica d’uso è provocatorio, serio, critico o nel caso
più piacevole ironico ed è soprattutto impensabile
senza i grandi sfondi etico-sociali da cui trae origine. Per Weill:
„Nel
tentativo di abolire gradualmente i confini tra musica seria e musica
di consumo non si deve mai dare l’impressione di voler rinunciare
all’atteggiamento spirituale del musicista serio per poter
concorrere meglio con i produttori di musica leggera. […] Negli
sforzi che attualmente si stanno compiendo, non si tratta di
gareggiare con gli autori delle canzoni popolari bensì di
portare la nostra musica al grande pubblico, a tal fine è
necessario che le nostre melodie riescano ad esprimere sentimenti ed
azioni umani ed a rendere l’atteggiamento naturale dell’uomo”.
Da
questa prospettiva va valutato il suo rapporto con la musica leggera.
I
problemi che si ponevano al collaboratore di Brecht non erano di
facile soluzione: la rinuncia alla complessità della musica
colta-borghese non poteva significare l’acquiescenza alla stupidità
e alla volgarità della musica pseudo-popolare, in realtà
borghese anche essa nella misura in cui era perfettamente funzionale
all’ideologia dominante e in cui veniva imposta già allora
dall’industria culturale attraverso i mezzi di comunicazione di
massa.
Weill
era ostile a una assimilazione acritica della musica di
intrattenimento perché, così come veniva diffusa, era
inutilizzabile come strumento di denuncia sociale. Con la crescente
inflazione e impoverimento di larghe masse piccolo-borghese era
crollato il livello culturale dell’ante guerra, anche quel livello
di cultura musicale che aveva stabilizzato la prassi dei concerti. Le
larghe masse della piccola borghesia e dei dipendenti a reddito fisso
ricorrevano sempre più spesso a un consumo musicale meno
esigente che si adeguasse alla loro difficile e instabile situazione
economica. In tutti i luoghi, persino all’Opera e nelle sale da
concerto, si era affermata la musica leggera come dispensatrice si
facili evasioni. Il jazz soprattutto era diventato il più
efficace modo disimpegnato di intrattenere l’ascoltatore dal
momento che all’ascoltatore non richiedeva nulla, se non il puro
godimento. Così come era avvenuto per la musica borghese,
anche parte della musica leggera veniva fruita al solo scopo di uno
stimolo momentaneo.
La
musica leggera, che proclamava come sua unica norma la necessità
di distendere gli ascoltatori dopo il faticoso processo lavorativo e
che non esigeva e quasi neppure tollerava la concentrazione
dell’ascolto, era invisa a Weill quanto le opere wagneriane. In
entrambi i casi, infatti, l’effetto sullo spettatore era il
medesimo: egli veniva ammaestrato a una passività che poi
probabilmente si trasferiva anche al suo modo di pensare e ai suoi
comportamenti sociali.
Il
compositore di Dessau ammette che la comprensibilità delle sue
partiture è stata possibile grazie all’uso di elementi
jazzistici:
„E’
incontestabile che il jazz abbia giocato un ruolo essenziale nella
semplificazione ritmica, armonica, formale e soprattutto nella
crescente sensibilità e comprensibilità che oggi
abbiamo raggiunto nella nostra musica”.
Ma
più avanti, declinando l’ipotesi di una presunta
equivalenza, si cura di sottolineare come le sue partiture „mostrano
solo esternamente una somiglianza con quelle della musica
commerciale”.
Lo stile jazz delle canzoni di Weill è infatti differente da
quello di tanta musica cabarettistica perché a scriverlo è
un musicista colto, di formazione classica che lo rielabora alla luce
dei principi della teoria musicale tradizionale.
„I
più importanti principi jazzistici sono stati rielaborati
dalla musica seria e sono diventati, presso quei compositori che non
si sono mostrati ostili a tale ascendenza, componenti permanenti
nella struttura musicale di un’opera, dove appaiono non più
come banale musica ma in forma figurata”.
La
presenza di musica seria e musica leggera si realizza nelle
composizioni di Weill sotto forma non di muto accostamento, ma di
dialogo reciproco delle due parti che si compenetrano estraniandosi
vicendevolmente per snidare la reale natura di certe dinamiche.
A
tale fine concorre anche il gesto.
Nello
scritto Über den gestischen Charakter der Musik (Sul
carattere gestuale della musica) si legge:
„Mentre
cercavo di rispondere alla domanda: «Quali occasioni esistono
per la musica in teatro», emerse un altro quesito, osservando
la produzione operistica mia ed altrui: «Qual è il
carattere della musica per il teatro?», «Ci sono certe
qualità che improntano un siffatto genere di musica?».
E’ noto infatti come numerosi musicisti non si siano mai occupati
di teatro o abbiano fatto solo vani tentativi di conquistare la
scena. Devono dunque esistere certe qualità che rendono una
musica adeguata la teatro e credo che esse si possano riassumere in
un unico concetto che vorrei definire come il carattere gestuale
della musica”.
Per
gesto si intende qui un aspetto del rapporto tra due o più
persone studiato come cosa a sé, ridotto all’essenziale ed
espresso fisicamente e verbalmente. Esclude la componente
psicologica, il subconscio, il metafisico che non siano stati
trasposti in termini concreti ed è intimamente connesso a
osservazioni di natura sociale.
Il
dramma wagneriano, secondo Weill, emozionava gli spettatori con
eventi straordinari ed eroi mitologici, soggiogava il pubblico
chiamato a vivere l’ebbrezza dell’impeto artistico che l’autore,
già prima di lui, aveva sperimentato nell’atto creativo; il
nuovo teatro, invece, ritorna all’uomo normale di cui esplicita,
attraverso i singoli gesti, i comportamenti e le cause che ne
determinano l’agire: più complesso della pantomima, il gesto
rappresenta le relazioni umane in ciò che esse hanno di
socialmente significativo:
„L’altra
forma di teatro che oggi comincia ad affermarsi, esige uno spettatore
riflessivo che segua l’azione e che, poiché vuole pensare,
deve percepire come un disturbo qualsiasi sollecitazione del suo
sistema nervoso; vuole mostrare ciò che l’uomo fa e si
interessa degli argomenti soltanto fino al punto in cui essi offrono
lo spunto di parlare di rapporti umani.
Questo
teatro, in cui sia il pubblico sia l’autore, rinunciano al
culinarismo e gli attori contano più dei mezzi scenici, è
in gran misura non romantico, poiché il romanticismo come arte
cancella i pensieri, lavora con mezzi narcotizzanti, rinuncia a
mostrare l’uomo (Wagner) o lo presenta in uno stato di eccezione”.
Modificando
l’oggetto del teatro, Weill richiede che la musica sia sgravata
dall’immeritevole posizione di ancella fedele alle altre arti:
„La
musica operistica non può relegare alla parola e all’immagine
il compito di comunicare idee e contenuti, essa deve partecipare in
modo attivo allo svolgimento dell’intreccio”.
Come?
Contribuendo a creare
„un
tipo di gesto base attraverso cui prescrivere all’attore un certo
atteggiamento che dissipa ogni dubbio ed equivoco sul carattere delle
situazioni presentate”.
La
musica lavora per stabilire il gesto base di per ogni scena, il quale
chiarisce l’azione e vincola il comportamento dell’attore
sottraendolo al rischio di immedesimarsi troppo nel personaggio e di
farlo apparire diverso da come l’autore l’aveva originariamente
pensato. Obiettivo della musica è obbligare il cantante a
conservare ampi margini di autonomia rispetto al ruolo affidatogli, a
comportarsi cioè come un narratore che presenta l’azione, la
commenta e invita lo spettatore ad esprimere giudizi. Il gesto
veicola distanza tra l’attore e il personaggio e tra il personaggio
e il pubblico, consentendo un’onesta comunicazione ed una cosciente
ricezione delle idee dell’autore le cui intenzioni non sono quelle
di coinvolgere emotivamente lo spettatore ma di esporre coerentemente
le tensioni legate ai grandi temi sociali ed il comportamento degli
uomini rispetto ad esse.
„…ogni
attento spettatore sa come le azioni umane più semplici e
naturali sul palcoscenico vengano spesso esibite con sfumature
sbagliate e movimenti ingannevoli. La musica ha la possibilità
di fissare il tono e il gesto di base di un processo in modo che
almeno una sbagliata interpretazione venga evitata e
contemporaneamente lascia l’attore libero di mostrare gli aspetti
più intimi della propria indole”.
La
musica leggera può essere già definita gestuale al
contrario di quella seria vincolata ancora ad un lirismo in cui
trovano spazio sentimenti ed espressioni di natura esclusivamente
individuale che l’opera, tradizionalmente intesa, è
refrattaria a relazionare con le circostanze esterne. Compito
dell’artista è elevare anche affetti propriamente
individuali su un piano più ampio, contestualizzandoli e
individuandone l’origine sociale. Davanti a uno che piange al
pubblico dovrà essere chiarito che il pianto non deriva da
ragioni personali ma da precise leggi sociali e che se si fosse
trovato a vivere in un sistema differente, anziché piangere
avrebbe potuto ridere.
Negando
alla musica ogni capacità descrittiva e psicologica, Weill
concentra le sue risorse sulla rappresentazione diretta e consapevole
dell’uomo in teatro allo scopo di rendere manifesto il suo rapporto
con gli altri e con la società.
Fondamento
della musica gestuale è la scansione ritmica del testo di cui
sottolinea gli accenti, le pause e la ripartizione tra sillabe lunghe
e brevi. Tale fissazione non è però più
vincolante per l’operista di quanto lo sia lo schema formale della
sonata o della fuga per il compositore strumentale; essa è
solo un punto d’avvio per il musicista che è libero di
utilizzare gli altri mezzi espressivi di cui dispone per trasferire
nelle note il contenuto del messaggio comunicato verbalmente.
Qualsiasi sfumatura melodica e differenziazione armonica è
possibile a patto che siano indirizzate a chiarire gestualmente i
fatti.
La
musica si adatta, quanto al ritmo, alla struttura ritmica
fondamentale del testo e alle sue accentuazioni, mentre la melodia
rimane libera di elaborare in autonomia il gesto da rappresentare.
Essendo l’azione teatrale assorbita dalle scansioni del ritmo, alla
realizzazione melodica, armonica e formale è concesso uno
spazio di manovra che Weill reputa superiore rispetto a quello di una
musica che si limita a scorrere in parallelo all’azione, spazio che
il compositore si premura di colmare con il suo disinvolto
eclettismo.
A
conferma di tali tesi, Weill presenta due versioni del Song Alabama
nel saggio Über den gestischen Charakter der Musik.
Nella
prima, elaborata da Bertolt Brecht, la musica è abbastanza
rudimentale, si tratta di una semplice fissazione del ritmo della
lingua inutilizzabile, a parere del compositore, come musica che
aspiri ad una certa dignità artistica.
La
seconda, composta da Weill sul medesimo testo, oscilla tra invenzioni
melodiche ed armoniche più raffinate, svelando già
dalle prime battute una struttura più elaborata di quella
propria delle formule di accompagnamento.
La
natura gestuale della trama musicale e la sua forma straniata,
indirizzati ad una condotta demistificante, presupponevano una
ricognizione critica del ruolo della musica all’interno di
un’opera; il che, a sua volta, era intrinsecamente subordinato ad
un rinnovamento in toto del teatro musicale:
„…il
problema qui discusso è in sostanza un problema del dramma
moderno. Per il teatro che vuole parlare dell’uomo la musica è
imprescindibile perché fissa il gesto dell’azione e lo
chiarisce. E soltanto una forma drammatica in cui la musica sia
indispensabile da origine a quel lavoro puramente musicale che noi
chiamiamo Opera”.
I
disordini fomentati dalle forze nazionalsocialiste preclusero Weill
della possibilità di consolidare e migliorare la riforma della
prassi teatrale da lui cominciata alla fine degli anni venti sotto
gli stimoli di Bertolt Brecht.
Il
21 marzo 1933 varcò il confine francese; due anni dopo lasciò
Parigi per trasferirsi a New York, dove consegnò la sua fama a
Broadway ed ai musicals.
PRZYPISY
Kurt Weill, Musik und Theater, Berlin 1990, p. 302.
Prescindere dal contesto storico-politico della Germania del tempo,
non rende giustizia ad un’arte, come quella di Weill, che prende
forma da continue incursioni nel reale. Gli anni dell’attività
berlinese del compositor sono quelli della Repubblica di Weimar,
splendido edificio nato sulle macerie del palazzo imperiale,
suggestivo nella forma ma fragile nelle fondamenta. Il
consolidamento del sistema capitalistico se da una parte aveva
contribuito a colmare i vuoti finanziari ereditati dal conflitto
mondiale, dall’altra aveva concentrato la nuova ricchezza nelle
mani di una classe privilegiata la borghesia e marginalizzato le
masse. L’acuirsi dei dissidi sociali irruppe bruscamente nella
coscienza di molti artisti che, con i mezzi a loro propri, si
impegnarono ad illuminare e scardinare quanto di più ingiusto
si annidava tra le pieghe del mito del benessere. La dialettica
borghesia-proletariato risulta quindi un’efficace chiave di
lettura nell’individuare le costanti formative dell’orientamento
drammaturgico di Weill.
In particolare sono stati selezionati quei saggi in cui le due
opere, Die Dreigroschenoper e Aufstieg und Fall der Stadt
Mahagonny appaiono i banchi di prova delle idee di Weill sul
teatro e sulla musica in teatro. Poco esperto ed ancor meno incline
alle teorizzazioni, il giovane musicista non si prefisse di
formulare un chiaro e definitivo manifesto programmatico che
fungesse da tracciato su cuoi innestare le proprie sperimentazioni
pratiche. I suoi scritti sono piuttosto il tentativo di definire in
sede teorica intuizioni che incalzavano nella prassi compositivo. Il
momento pratico precedette quello teorico e non sempre, come spesso
accade nell’arte, si lasciò inquadrare e irretire in
coerenti speculazioni. Gli scritti di Weill vivono di cose non dette
o appena accennate di cui si percepisce comunque l’assenza,
soprattutto dopo aver ascoltato la sua musica.
La Dreigroschenoper andò in scena al teatro
am Schiffbauerdamm il 31 agosto 1928; Aufstieg und Fall der Stadt
Mahagonny al Neues Theater di Lipsia il 9 marzo 1930.
K. Weill, op. cit., p. 72.
La storia del film si svolge proprio in una
ipotetica città del futuro, su cui domina un solo uomo,
padrone delle fabbriche. La parte inferiore, quella sotterranea, è
abitata dagli uomini che lavorano, dai proletari ai quali è
vietato salire sopra a vedere la luce del sole; la parte superiore è
quella dei ricchi, in cui si gode di tutte le comodità
assicurate dal lavoro dell’altra parte. L’unica eccezione è
rappresentata da Maria, la predicatrice dell’amore tra gli
oppressi, che un giorno ottiene il permesso di salire in alto. Il
figlio del padrone non appena la vede si innamora di lei e la segue
nei sotterranei, e qui scopre i grandi macchinari il cui
funzionamento permette la vita alla città superiore. Il
padrone mostra di non gradire la cosa, anche perché le idee
umanitarie che Maria va predicando agli operai gli sembrano molto
pericolose. Chiede così aiuto allo scienziato inventore delle
macchine. Non sa però che questi è molto invidioso del
figlio e così architetta un piano diabolico: progetta un
robot con le sembianze di Maria e le mette in bocca discorsi che
incitano alla violenza. Gli operai, ascoltando le «nuove»
idee della Maria-robot, iniziano una sommossa che porta alla
distruzione delle macchine. Andando in fumo la fabbrica, però,
va in fumo anche il loro lavoro. Gli operai, a quel punto, vanno su
tutte le furie: saliti nella parte superiore della città
prendono il robot che credono Maria e le danno fuoco. Nel frattempo,
la vera Maria riesce a fuggire dalla prigione dove l’aveva
rinchiusa lo scienziato, che cerca di fermarla per timore che la sua
riapparizione faccia comprendere a tutti il suo piano. Il film
termina con la morte dello scienziato, precipitato dall’alto di
una cattedrale durante una colluttazione con Maria e col figlio
dell’industriale e con una riconciliazione tra operai e
capitalisti.
K. Weil, op. cit., p. 73.
Ibid., p. 74.
Ernst Bloch, Das Ärgernis Brecht, Basel-Stuttgart 1961,
p. 45.
K. Weill, op. cit., p. 55. Quando Weill parla di “forma
originaria dell’opera” si riferisce al teatro musicale
settecentesco, basato sulla successione di pezzi chiusi. In
particolare per la Dreigroschenoper il modello è
l’opera comica in cui l’elemento connettivo tra i numeri era il
dialogo.
Ibid. Nel 1933, durante l’esilio parigino e in occasione di
un’intervista rilasciata ad un giornale locale, Weill ritornò
sulla Dreigroschenoper: „Particolare importanza nell’Opera
da tre soldi spetta alla musica. Poiché c’eravamo
prefissi di considerare la forma originaria dell’opera, dovevamo
aver chiara sin dall’inizio quale compito svolgesse la musica in
teatro. Secondo me essa non può essere realistica ma deve
essere opposta ad un’azione realistica. La musica non può
illustrare né fatti, né personaggi, né
caratteri. Ciò significa un brusco allontanamento da Wagner
(sebbene non si tratti di un rifiuto). Questo tripodi musica è
la reazione a Wagner e vuole dire la completa distruzione del
concetto di Musikdrama. Ogni pezzo musicale rappresenta una forma a
sé stante ed interrompe l’azione” (K. Weill, op. cit.,
p. 302).
E’ difficile stabilire quale significato Weill e Brecht
consegnassero alla parola Song per il fatto che entrambi usano
indifferentemente, all’interno della stessa opera, i termini
ballata, song e lied. Weill tentò di far chiarezza e definì
il Song „molto diverso dal Lied, […] esso è la più
intensa e breve espressione di un’idea, la via più efficace
e diretta a chiarire il significato di una scena” (K. Weill, op.
cit., p. 83).
K. Weill, op. cit., p. 56. La distanza tra la musica jazz e
quella usualmente eseguita in teatro non concerne solo impostazioni
differenti nelle modalità di esecuzione, ma l’atteggiamento
dell’esecutore stesso davanti al fatto musicale. Su tali
riflessioni si innesta la speranza di Weill di una ridefinizione
della pratica esecutiva: „…importante mi appare oggi il fatto
che il jazz forzi finalmente il rigido sistema delle abitudini
musicali nelle sale da concerto e nei teatri. Chi ha lavorato con
una buona jazz band sarà stato sorpreso dallo zelo, dalla
dedizione, dalla voglia di lavorare dei suoi componenti,
caratteristiche queste assenti in molte orchestre da camera e di
teatro. […] Come tutto ciò si possa realizzare nella musica
seria dipende molto dalla produzione musicale attuale che non sempre
permette libertà di interpretazione e da certe ragioni
economiche: il musicista jazz non è un impiegato, è
continuamente esposto alla concorrenza ed ambisce ad una migliore
qualità delle sue esecuzioni più che ad un maggior
guadagno. Ma oggi è possibile attuare una riorganizzazione
artistica ed economica del mestiere di interprete” (K. Weill, op.
cit., p. 87).
Ibid., p. 62
Ibid., p. 54
Ibid., p. 79
Ibid., p. 77. Il conteso di gestazione dell’opera è
da Weill così tratteggiato: „Già nel mio primo
incontro con Brecht agli inizi del 1927 ( in un colloquio sulle
potenzialità dell’Opera) emerse la parola Mahagonny e con
essa l’immagine di una città paradiso. Per sviluppare tale
idea di cui immediatamente mi entusiasmai e per dar forma concreta
allo stile musicale che avevo in mente, composi inizialmente i
cinque canti di Mahagonny dalle Hauspostille di Brecht
e li inserii in una breve forma drammatica, un Songspiel, che fu
messo in scena a Baden-Baden nell’estate del 1927. Questa
Mahagonny di Baden-Baden è uno studio sullo stile
dell’opera vera e propria che avevo già abbozzato e che,
dopo tale sperimentazione, ritornai ad elaborare, Brecht ed io
lavorammo quasi un anno al testo dell’opera. La partitura fu
completato nel novembre 1929” (K. Weill, op. cit., p. 93).
K. Weill, op. cit., p. 44.
Ibid., p. 76. L’impostazione formale di Mahagonny è
designata altrove come „una collezione di quadri musicali” (K.
Weill, op. cit., p. 95).
Ibid., p. 95.
Ibid., p. 81.
Ibid., p. 77.
Ibid., p. 76.
Fedele D’Amico, I casi della musica, Il saggiatore Milano
1962, p. 3.
K. Weill, op. cit., p. 79.
Alcuni dei tratti stilistici del linguaggio musiche di Weill
(ridimensionamento dell’apparato usato, in questo caso
l’orchestra, affrancatura da inclinazioni alla totalità
intesa come il risultato della fusione delle diverse arti che
concorrono alla creazione di un’opera di teatro musicale,
improntano le sue concezioni sull’organizzazione dello spazio
scenico: „Le lavagne di proiezione di Caspar Neher sono parte del
materiale scenico (perciò devono essere inviate ei teatri
insieme alle partiture) e illustrano indipendentemente, attraverso i
mezzi propri della pittura, il contenuto del lavoro. Forniscono alla
storia della città un materiale visivo, che durante o tra le
singole scene viene proiettato alla parete, davanti alla quale
recita l’attore; quest’ultimo necessita soltanto di quegli
oggetti indispensabili a chiarire la sua interpretazione. In
quest’opera non è essenziale utilizzare complessi
macchinari. Più importante è adoperare buoni
proiettori disposti in modo che sia le immagini, sia le scritte
siano riconoscibili da tutti i posti” (K. Weill, op. cit.,
p. 96).
K. Weill, op. cit., p. 78.
Massimo Mila, Due sorelle, una virtù, „La Stampa”,
4 maggio, 1971.
Anche questo scritto, come il precedente Teatro attuale, fu
concepito durante il lavoro a Mahagonny; in tal senso risulta
decisivo per capire i motivi sottostanti alle scelte e alle
soluzioni che Weill apportò all’opera.
Per Gebrauchsmusik si intende musica destinata ad essere socialmente
utilizzata e concepita per destinazioni particolari, musica per
film, radio, musica che stimolasse dibattiti politici e musica per
amatori. I lavori della Gebrauchsmusik erano semplici nella
struttura, facilmente eseguibile, rifuggivano gli eccessi e i
sentimentalismi romantici per rivolgersi alla realtà sociale
da cui traevano spunto i testi.
K. Weill, op. cit., p. 68.
Ibid., p. 62.
Ibid., p. 61.
Ibid., p. 62.
Ibid.,
p. 63.
Ibid. p. 64.
Ibid.
Ibid.
Ibid.
|