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PIERANGELA
PINGITORE
EDMUND
GURNEY
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Nell’età
del positivismo, l’estensione della mentalità scientifica
all’ambito musicale, produce un notevole fermento che si traduce in
un considerevole numero di studi. L’aspettativa riposta
nell’intervento della scienza è che questa possa fare
finalmente chiarezza su alcune questioni di difficile soluzione, e in
più sancire quella specificità che alla musica non è
stata ancora riconosciuta.
I
numerosi studi prodotti nel positivismo, però, non hanno
ricevuto l’attenzione che meritano. Questa negligenza rischia di
condannare all’oblio opere di notevole interesse musicologico come
The Power of Sound dell’inglese Edmund Gurney, oggetto di
questo saggio.
Il
1854, anno di pubblicazione de Il bello musicale di Eduard
Hanslick, rappresenta una data importantissima per la musicologia.
Rigettando ogni riferimento metafisico ed attribuendo la specificità
del bello musicale alla „forma”, Hanslick inaugura il nuovo corso
dell’estetica musicale, e la forma diventa, in breve tempo,
l’emblema della nuova corrente.
Le
numerose indagini volte ad indagare il bello in musica si limitano ad
individuare le caratteristiche per le quali una forma musicale possa
essere definita bella, e trascurano l’intervento del soggetto
fruitore nel giudizio estetico.
Per
quanto l’estetica della forma rifiuti l’ingerenza dei sentimenti
nel giudizio estetico, non si può negare che tra musica e
stati interiori s’instauri una certa affinità. Una
prerogativa questa alla quale nessuno studioso è stato capace
di sottrarsi completamente.
Hanslick
ad esempio, ricorre alla sostituzione del concetto di Gefühl
(sentimento) con quello di Stimmung (stato d’animo). Questa
precisazione, se da un lato tende a prendere le distanze da una
possibile definizione della sensazione prodotta dalla musica sul
soggetto, dall’altro non fa che confermarne l’esistenza. Nella
scia di Hanslick, Helmholtz, il quale in Die Lehre von den
Tonempfindugen, con il termine Gemüthsstimmungen,
tenta di precisare ancora meglio la natura dell’affinità che
s’instaura tra musica ed ascoltatore.
L’intervento
della scienza nell’ambito dell’estetica musicale ha lo scopo di
chiarire la natura del rapporto che s’instaura tra udito e stato
d’animo, tra sentito e sentire. L’indagine, quindi, dal bello in
sé, si sposta al bello che scaturisce dalla fruizione
dell’oggetto estetico, e si manifesta in termini di piacere.
Inizialmente
l’intervento della scienza in campo musicale, attraverso
l’utilizzazione del metodo scientifico e l’apporto di alcune
scienze, quali fisica e fisiologia acustica, riesce a soddisfare le
esigenze della neonata musicologia. Con il mutamento dell’oggetto
di ricerca, la collaborazione che si era instaurata tra scienza e
musica inizia a mostrare i propri limiti. Se indagare il bello in sé
è possibile, lo è meno indagare il „processo
attraverso il quale la sensazione del suono diventa sentimento, stato
d’animo”.
L’ambiguità
del campo oggetto di studio, a metà tra fisica, fisiologia ed
indagine estetica, influisce negativamente sullo sviluppo delle
ricerche, tanto da indurre gli stessi studiosi che hanno condotto
importanti studi sul fenomeno musicale, a trascurare questo
particolare settore della ricerca. Questa la ragione per cui esso
peccava, più di ogni altro, di scarso valore scientifico.
La
difficoltà di circoscrivere il campo d’indagine e
d’individuare le competenze di chi avrebbe dovuto condurre le
ricerche, attirano l’attenzione dello studioso inglese, Edmund
Gurney, il quale tenta di fare chiarezza in questo particolare
settore d’indagine. Il risultato della complessa ricerca è
l’opera The Power of Sound.
Edmund
Gurney nasce nel 1847 a Hersham Surrey (GB). La sua aspirazione è
quella di diventare un musicista, studia violino, pianoforte e
composizione. Tuttavia, essendo figlio di un pastore anglicano,
riceve un’educazione consona al suo status sociale, studiando prima
al Blackhealt e poi al Trinity College di Cambridge, dove si
distingue negli studi classici. Nonostante la musica rappresenti il
maggiore interesse dell’autore inglese, questi si rende conto che
non diventerà mai un musicista professionista, probabilmente a
causa della mancanza di talento naturale o per la inadeguata
educazione ricevuta.
La
sua rinuncia forzata all’aspirazione di diventare un abile
esecutore, produce una sorta di irrequietudine intellettuale che lo
porta ad interessarsi di diversi ambiti disciplinari: medicina,
fisica, psicologia, filosofia. Benché Gurney non riesca a
portare a termine nessuno degli studi intrapresi, queste esperienze
sono ugualmente importanti, perché contribuiscono in maniera
considerevole alla sua formazione culturale.
Autore
di articoli filosofici e umanistici per i principali giornali
dell’epoca, Gurney trova nella ricerca psichica la carriera a lui
congeniale. E’ uno dei fondatori della ‘Society for Psychical
Research’. Una parte degli studi condotti presso questa Società
confluiscono in una collezione intitolata Phantasms of the Living
e in Proceedings of the Society for Psychical Research.
La
morte, sopraggiunta nel 1888 quando Gurney è poco più
che quarantenne,
ci priva prematuramente di una delle menti più eclettiche del
XIX secolo.
Le
competenze acquisite da Gurney, tanto in campo scientifico quanto in
quello musicale, costituiscono ottimi presupposti per indagare la
complessa natura dell’esperienza estetico-musicale. I primi studi a
riguardo, alcuni dei quali risalenti al 1876, vengono pubblicati in
forma di saggi su le maggiori riviste dell’epoca: Fortnightly
Review, Nineteenth Century, Fraser’s Magazine, Macmillians’s
Magazines e Mind. L’interesse per questo campo
d’indagine tanto trascurato, rappresenta per Gurney la possibilità
di riscattare la frustrata ambizione giovanile di diventare un valido
musicista.
La
pubblicazione frammentata delle ricerche, giudicata dall’autore non
adeguata per comprendere il complesso argomento trattato, nonché
la valenza dello stesso, lo induce a dare una veste più
organica al lavoro. Il risultato è un’opera di circa
seicento pagine articolata in ventitré capitoli e tre
appendici, intitolata: The Power of Sound. Pubblicata a Londra
nel 1880, l’opera si caratterizza per una trattazione completa dei
problemi estetico-musicali dell’età del positivismo.
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The
Power of Sound
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I
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The
Organs and Impressions of the Higher Senses
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II
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Unformed
Sound
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III
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The
Element of a Work of Art
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IV
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Abstract
Form as addressed to the Eye
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V
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Abstract
Form as addressed to the Ear
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VI
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Association
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VII
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The
Factors of Melodic Form
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VIII
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Melodic
Form and the Ideal Motion
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IX
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The
Relation of Reason an Order to Beauty
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X
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Further
Remarks on Musical Form and ‘Subject’
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XI
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Polyphony
and Harmony
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XII
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Material
and Colour
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XIII
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The
Two Ways of Hearing Music
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XIV
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Music
as Impressive and Music as Expressive
|
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XV
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The
Suggestion by Music of External Objects and Ideas
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XVI
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Music
in Relation to Intellect and Morality
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XVII
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Further
Peculiarities of Music’s Nature and Position
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XVIII
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Music
in Relation to the Public
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XIX
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The
Sound-Element in Verse
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XX
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Song
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XXI
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The
Speech Theory
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XXII
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Opera
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XXIII
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Musical
Criticism
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Appendices
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A
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On
Pleasure and Pain in Relation to the Evolution of the Senses
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B
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On
Rhythm in Relation to the Notion of Succession in Time
|
|
C
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On
Discord
|
Benché
l’autore non abbia operato alcuna divisione interna, il
procedimento seguito nel portare avanti il lavoro, consente di
ripartire l’opera in quattro parti.
Prima
parte – L’individuazione di ciò che costituirà
l’oggetto d’indagine: il suono organizzato, quale materiale
costitutivo della costruzione musicale, avviene mettendo a confronto
le sensazioni dei cinque organi di senso.
Seconda
parte – Successivamente il restringimento del capo d’indagine
consente a Gurney di concentrare l’analisi su: pregi, difetti,
particolarità della sensazione acustica.
Terza
parte – L’indagine assume una visione nuovamente ampia quando
l’autore, per sostenere la specificità dell’esperienza
estetica della musica, prende in considerazione una serie di temi
“secondari” quali: il ruolo del critico musicale, lo stato della
cultura musicale in Inghilterra, il rapporto della musica con la
morale.
Quarta
parte - Il rapporto musica-parola connesso all’origine della musica
costituisce un vero e proprio filone secondario all’interno della
dissertazione.
La
specificità della bellezza musicale è lo scopo che
Gurney si è prefisso di rivendicare e dimostrare.
Addentrandosi in un campo d’indagine così negletto, l’autore
inglese ha ragione di credere che scienze come fisica e fisiologia,
alle quali erano ricorsi studiosi come Grant Allen ed Hermann
Helmholtz, non sono adeguate per questo tipo d’indagine. La
dimostrazione che fisica e fisiologia sono inadeguate riveste, in
realtà, un significato secondario rispetto alla rivendicazione
della specificità della bellezza musicale, che è il
fine primario della ricerca.
La
motivazione per la quale lo studioso inglese contesta il ricorso alla
fisica, eletta da Helmholtz a strumento ideale per le sue indagini, è
che questa è utile fintantoché ci si limita ad indagare
il materiale della musica (il suono). Ben altra cosa, invece, è
capire come il suono organizzato è recepito e poi tradotto in
sensazione estetica.
Per
quanto riguarda l’inefficacia della fisiologia Gurney chiama in
causa le tesi dell’inglese Grant Allen, autore nel 1877 dell’opera
Physiological Aesthetics. Allen fa discendere, dalla quantità
di stimolazione la diversità tra sensazione piacevole e
spiacevole. Una sensazione spiacevole avrebbe origine dall’eccessiva
stimolazione dell’organo sensoriale Data la presenza della
componente fisiologica nella sensazione estetica quest’ultima è
annoverata nell’ambito generico della sensazione. L’unico dato
che caratterizza il piacere primario e lo distingue dal piacere
estetico è che quest’ultimo, non essendo legato alle
funzioni vitali dell’individuo, starebbe in rapporto inversamente
proporzionale
con l’affaticamento dell’organo sensoriale preposto alla
ricezione dello stimolo
Le
motivazioni che spingono Gurney a contestare la validità della
fisiologia è legata alla diversa risposta dell’organo
sensoriale sollecitato, in rapporto al fattore tempo. Allen, infatti,
non tiene conto del fatto che nel giudicare una sensazione (piacevole
o spiacevole) entra in gioco la persistenza o la brevità della
stimolazione. La mancanza di fatica, inoltre, considerata da Allen
requisito imprescindibile della sensazione piacevole, non conduce
necessariamente ad una gratificazione di tipo estetico,
perciò gli stati fisiologici del piacere, che per Allen sono
considerati uguali ma di grado diverso, sono, secondo le motivazioni
addotte da Gurney, differenti nel genere più che nel grado.
Per
Gurney, inoltre, il piacere estetico non può e non dove essere
considerato appartenente alla classe del piacere in senso lato,
perché metterebbe in crisi l’unicità del piacere
estetico stesso, dal quale l’autore inglese fa discendere la
specificità della musica.
L’indagine
preliminare, con la quale si apre The Power of Sound,
individua l’oggetto d’indagine (la sensazione estetica ed in
particolare quella acustica) attraverso un confronto tra gli organi
di senso e le loro capacità ricettive. Le peculiarità
delle sensazioni estetiche è data dal fatto che queste, nei
sensi alti (vista e udito), si presentano organizzati in “forme”.
L’eccezionalità della forma in campo uditivo, fa sì
che questa si riscontri esclusivamente in quel tipo d’espressione
artistica che noi conosciamo con il nome di musica. L’organizzazione
dei suoni, essendo il frutto dell’attività umana, è
artificiale. Questo rappresenta un altro motivo per il quale Gurney
non può condividere la scelta fatta dai suoi colleghi di
utilizzare fisica e fisiologia. La musica in quanto arte è
artificiale, le regole estetiche che la governano quindi, non possono
essere indagate con gli stessi strumenti utilizzati per analizzare
gli eventi naturali.
Per
Gurney la forma musicale s’identifica con la forma melodica intesa
come successione di suoni di cui ritmo ed altezza sono gli elementi
costitutivi.
Poiché
il ritmo è dato dalla ricorrenza di un evento o gruppi di
eventi percepiti come unici ad intervalli di tempo uguali, il piacere
dell’ascoltatore risiede nell’attesa che si è certi sarà
soddisfatta.
Il
secondo elemento della forma melodica è l’altezza (pitch).
Se il ritmo è un fenomeno riscontrabile in altri ambiti,
l’altezza invece, appartiene esclusivamente al senso dell’udito.
Gurney
evidenzia dell’elemento altezza le caratteristiche di distanza e di
direzione Diversamente da quanto accade in ambito visivo, in musica
il passaggio da un suono ad un altro dà l’idea di movimento
e di direzione. Questi due fattori si rivelano importanti quando sono
combinati con il ritmo in quanto, come già Aristotele
aveva avuto modo di sottolineare „il tempo privo di moto (cioè
senza mutamenti) non può esistere né essere recepito.
Tuttavia, il moto non è identificabile con il tempo, giacché
esso concerne un oggetto in movimento che può essere più
o meno rapido o lento”.
Gurney
fa osservare che, il connubio imprescindibile dato dall’incontro
tra elemento statico con quello dinamico si verifica quando nella
dimensione orizzontale del tempo intervengono le variazioni in
altezza dei suoni.
Ciò
che è importante tenere presente, è che gli elementi
costitutivi della forma melodica non sono giustapposti, bensì
interrelati. Questo significa che la modifica o la soppressione di
uno solo degli elementi si ripercuote sull’intero modificandolo in
maniera più o meno considerevole.
La
forma musicale, rispetto alle altre forme artistiche, possiede una
peculiarità che è quella di non possedere una forma
come una qualsiasi opera d’arte. La forma melodica non è
tangibile essa, infatti, si costruisce nel tempo e non nello spazio;
ed è la fruizione dinamica dell’ascolto musicale che le
conferisce la forma. Tale concetto è espresso da Gurney con
Ideal Motion (moto ideale). Il termine Ideal,
non vuol dire Ideale, come molto probabilmente la traduzione
letterale induce a credere, ma, Idea. Nella primaria accezione
greca, che è quella alla quale Gurney si riferisce,
voleva dire „unità
alle quali le parti sono necessarie nei loro rispettivi luoghi”.
Dal
momento che la fruizione della forma melodica avviene nel tempo,
l’ascoltatore viene sottoposto ad uno sforzo maggiore di quanto non
avvenga per la fruizione degli oggetti estetici posti nello spazio,
per cui si rivela fondamentale la presenza di un elemento che tenga
insieme le varie parti. Tale elemento, che è appunto l’idea,
va inteso esclusivamente in termini musicali.
La
peculiarità dell’idea musicale è quella di essere,
oltre che elemento unificante, elemento generatore del brano
musicale.
L’espressione
„forme nuove ma in relazione”,
implica la compresenza di due tendenze opposte ma complementari: la
ripetizione che crea legame con il precedente elemento, e
l’innovazione che invece crea cambiamento, e quindi avanzamento.
L’idea
che dà origine al brano, non è qualcosa di diverso
dalla musica scritta in partitura, ma „è musica fin
dall’inizio”.
Questo frammento, che in termini musicali si esplica in un disegno
melodico di piccole dimensioni, similmente a quello che avviene per
un organismo vivente, svolge la funzione di cellula generatrice. Il
macrocosmo della composizione non è altro che l’esplicitazione
delle potenzialità contenute in forma embrionale nel
microcosmo del frammento generatore.
E’
stato affermato che le opere d’arte in quanto prodotto
dell’attività umana sono artificiali. Nel caso della musica,
mancando l’aspetto funzionale dell’architettura e il riferimento
alla realtà di pittura e scultura, la finalità è
esclusivamente quella di emozionare. Proprio l’emozione, che
stimola tanto l’io del produttore quanto quello del fruitore,
costituisce l’elemento vitale dell’opera d’arte.
Il
moto, contemplato nel concetto di Ideal Motion, non è
il moto fisico del suono ma quello degli stati interiori
dell’ascoltatore. Questo particolare moto non ha attinenza con la
realtà esterna, bensì con quella interna dell’io. Il
moto musicale è cioè espressione di un moto
assolutamente originale nella sua essenza perché non ha niente
a che vedere con quelli “esterni” ai quali potrebbe essere
facilmente assimilato.
Se
il valore di brano si dovesse giudicare in base al “moto esterno”,
fa osservare Gurney, anche uno studio di Czerny risulterebbe
superiore ad un qualsiasi altro brano di maggiore levatura che però
manca di moto.
L’assenza
o la presenza di certe caratteristiche esterne del moto non
hanno la capacità di influire sull’Ideal Motion,
perché la bellezza non scaturisce dalla presenza o
dall’assenza del singolo elemento, ma da come i singoli elementi si
pongono in relazione tra loro nel costituire l’intero.
Per
Gurney, non è la forma musicale in sé che possiede i
requisiti della bellezza; questa rappresenta solo il presupposto
necessario perché si realizzi l’esperienza estetica.
Affinché un brano musicale possa essere definito bello è
necessario che s’instauri un’affinità fra forma musicale e
stati interiori. Il processo di coniugazione tra i due piani, da cui
scaturisce l’emozione, è compiuta da una speciale facoltà
chiamata “musical faculty”. La facoltà musicale,
formatasi in concomitanza con le prime manifestazioni sonore e
affinatasi con la pratica, è una facoltà meno speciale
di quanto si possa immaginare, perché non si tratta, come
precisa Gurney, di „un tipo speciale di dono musicale”, ma è
„limitato ad un potere ordinato di percepire e apprendere una forma
melodica come intero, per mezzo della coordinazione delle sue
parti”.
Nell’elaborare
la forma, la facoltà musicale del fruitore procederebbe ad una
sorta di traduzione della struttura formale in contenuti emozionali,
tanto che la forma musicale si potrebbe definire una sorta di
‘simbolizzazione’ delle emozioni. La forte potenzialità
emozionale presente nell’io è attivata da certe esperienze
(come quella musicale), che hanno la particolare capacità
d’instaurare una corrispondenza con esperienze emozionalmente
simili.
In
altre parole, una successione di suoni si traduce nel moto ideale
quando le varie parti, disponendosi nella dimensione temporale, sono
sentite necessarie l’una all’altra, mentre diventa significativa
esteticamente quando la facoltà musicale rileva un’affinità
tra la forma e l’interiorità del soggetto. Nel momento in
cui si realizza questa unità di grado superiore, in quanto più
profonda, scatta l’emozione; proprio l’unità è la
condizione imprescindibile affinché si possa manifestare
l’emozione. L’ego, infatti, „instaura relazioni tra cose che
giudica affini per averlo profondamene impressionato”.
Il
suono, inteso come pura sensazione acustica, è in grado di
esercitare a livello emozionale uno scarso potere sull’ascoltatore,
per cui l’intenso effetto prodotto dalla musica agirebbe attraverso
un meccanismo diverso. Il processo mentale dell’associazione,
secondo il quale una sensazione è avvertita solo perché
connessa ad un’altra, dalla quale ne è al tempo stesso
distinta, sarebbe alla base del potere emozionale della musica. Ciò
si verifica quando un evento riesce a richiamare, quegli eventi che
erano ad esso in qualche modo collegati.
In
conformità a questa teoria, il potere emozionale della musica
scaturirebbe dall’associazione con qualcosa che ha prodotto quelle
sensazioni che il suono è in grado si rievocare.
L’origine
del profondo effetto emozionale prodotto da certe successioni
ordinate di suoni, sarebbe da ricondursi alla teoria elaborata da
Charles Darwin in The Origin of the Spieces ed ampliata in The
Discent of Man and Selection in Relation to Sex.
Secondo
questa teoria, il suono è stato prodotto dalle specie animali
e dai progenitori dell’uomo, durante la stagione del
corteggiamento.
Il potere del suono, sarebbe da ricondursi alla sua capacità
di rievocare le medesime sensazioni dell’evento primordiale al
quale in passato esso fu associato, anche se oggi il rapporto con
l’antico legame è venuto meno. L’emozione indefinita
d’oggi, prodotta dalla musica, sarebbe il retaggio dell’emozione
definita di ieri.
La
teoria di Darwin però, fornisce una spiegazione generica del
potere del suono, ma non spiega perché una stessa melodia
determina risposte differenti in due ascoltatori: suscitando una
forte emozione ad un ascoltatore, e non suscitandone alcuna ad un
altro. Questo dipende dal fatto che la facoltà musicale di
ogni ascoltatore traduce le successioni di suoni in modo diverso, per
cui quello che si ottiene è “individual form” che
non può essere avvalorata da alcuna spiegazione scientifica.
Non
bisogna mai dimenticare che il bello, dipendendo esclusivamente dal
modo come il soggetto percepisce la forma e dalle implicazioni ad
esso connesse, è soggettivo. La fruizione della bellezza,
inoltre, scaturendo dal piacere connesso all’elaborazione della
forma da parte della musical faculty è indipendente
dall’intelligenza del fruitore.
Proprio
la soggettività della bellezza implica che questa non è
qualcosa che si può identificare attraverso un’ordinaria
indagine. L’analisi tecnica, nonché la descrizione delle
caratteristiche esteriori della forma musicale, non può
fornire alcun tipo d’indicazione per ciò che riguarda
l’essenza della bellezza, perché la sua natura soggettiva
sfugge, di fatto, ad ogni tentativo d’identificazione.
L’espressione „unità nella varietà”, da molti
indicata come la formula della bellezza, per Gurney viene considerata
la formula generica della forma, in quanto tali caratteristiche
possono riscontrarsi tanto in una forma musicale esteticamente valida
quanto nel suo contrario. La formula scaturisce dalla constatazione
che in una forma, la presenza di elementi tutti uguali genera
monotonia, mentre quella di elementi tutti diversi disorientamento.
Da qui la convinzione che il riscontro dei due termini dovesse essere
indispensabile affinché si potessero realizzare le condizioni
della bellezza.
Il
segreto della bellezza è invece racchiuso, esclusivamente, nel
piacere che scaturisce dall’affinità che la facoltà
musicale rileva tra l’io e il moto che prende forma. E’
per questo motivo che il valore estetico di un brano musicale va
ricercato ed attribuito alla sua “impressività” cioè
alla capacità di emozionare l’ascoltatore per se stesso e
non per esprimere cose che esulano dall’ambito prettamente
musicale, che invece caratterizza la musica cosiddetta “espressiva”.
Gurney,
infatti, afferma „La musica può essere veramente considerata
un riflesso della vita interna […] Per questo noi sentiamo alla
fine di un movimento musicale come se fosse stato vissuto un pezzo di
vita […] queste affinità sono in ogni caso del tipo più
assolutamente generico; e quale che possa essere la loro importanza,
essi mi sembrano giacere in una regione dove pensiero e linguaggio
lottano invano per penetrare”.
Man
mano che l’indagine di Gurney sulla bellezza della forma musicale
va avanti, le discipline rigorosamente scientifiche come fisica e
fisiologia vengono messe da parte, e la psicologia che, proprio a
partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento si afferma come scienza
autonoma dall’ambito filosofico, conquista la ribalta nella
relazione tra scienza e musica.
L’intervento
della psicologia orienta Gurney a spostare l’attenzione dalla
forma, al modo come questa è tradotta in termini emozionali
dal soggetto.
Nella
concezione estetica dell’autore inglese, infatti, i processi di
natura psicologica sono addirittura due: uno riguarda la forma,
l’altro l’emozione.
La
forma, il concetto di Ideal Motion, la facoltà
musicale, costituiscono il nucleo di The Power of Sound.
L’argomentazione, volta a sostenere la specificità
dell’esperienza estetica della musica viene ampliata con una serie
di temi secondari assai diversificati che spaziano: dal ruolo del
critico musicale, allo stato della cultura musicale in Inghilterra,
dal rapporto della musica con la morale, a quello tra musica e
parola.
Ognuno
di questi temi offre validi spunti di riflessione che meriterebbero
uno studio a parte. In questa circostanza saranno segnalati gli
aspetti più interessanti.
Per
quanto riguarda il ruolo del critico Gurney sostiene che „Il vero
interprete della musica deve essere sempre l’esecutore e non il
critico”.
Il critico si deve limitare a fare apprezzare dell’opera, aspetti
che il fruitore non è in grado di comprendere.
La
musica per Gurney intrattiene con ogni ascoltatore un rapporto
privilegiato e diretto, tanto da non richiedere l’interposizione di
nessun altro soggetto, eccetto quello dell’esecutore che media il
messaggio musicale.
Gurney,
ad ogni modo, non delinea in maniera netta il ruolo dell’interprete.
Non è chiaro, infatti, se l’esecutore può o no
influenzare il messaggio musicale con la sua interpretazione. E’
lecito comunque, supporre che l’esecutore abbia una funzione
passiva, dal momento che Gurney considera la qualità
timbrica (intesa anche come capacità che un interprete trae
dal suo strumento), marginale rispetto alla forma, condizione
imprescindibile dell’esperienza estetica.
Il
critico musicale si trova ad affrontare i problemi derivanti proprio
dalla natura unica e specifica della musica. Il critico che si occupa
di poesia può fare sempre riferimento: al soggetto-materia,
al modo in cui questo è stato usato dall’artista, alla
dualità tra soggetto-materia e forma, e come
quest’ultima può essere determinante al fine di rendere
interessante un soggetto non eccelso. Tutto questo, invece, al
critico musicale è precluso in quanto „il soggetto-materia
non è investito di forma, ma è forma”.
Nessuna
parola, nessun dato tecnico può rendere conto dell’effetto
che la musica esercita sull’ascoltatore. A qualsiasi tipo di
descrizione il critico ricorra, questa non potrà fare
comprendere il perché del piacere suscitato da un’opera
musicale. Il dato esteriore “tecnico” non consente di arrivare al
dato interiore “emozionale”.
La
gente comune pensa che, il vero significato della musica, non
consista in quel piacere istintivo che dà loro la musica, ma
in qualcosa di diverso che può comprendere e del quale può
rendere conto solo chi conosce le regole del comporre, o chi è
in grado di leggere ed eseguire la musica.
Gurney
sostiene che sarebbe irragionevole sottovalutare le competenze
tecniche, ma queste non rivelano alcunché del significato
della composizione dato che questo si manifesta in termini di
emozione. Per l’autore inglese sarebbe la stessa cosa se uno
dicesse: „non comprendi niente della Bellezza umana per non averne
studiato minuziosamente l’anatomia”.
Un’altra
particolarità della musica è che „Il materiale e il
lavoro, nella forma dello strumento usato e nell’abilità
acquisita dall’esecutore, sono il significato transitorio del
lavoro; essi non sono consumati per farlo, né impiegati nella
loro sostanza… I lavori musicali mancano del loro carattere
monumentale: mancando il quale… essi non appartengono né a
un luogo né ad una nazione, ma al mondo”.
La musica, inoltre, è qualcosa che va rivitalizzata attraverso
l’esecuzione „[…] e non messa su un muro e guardata di tanto in
tanto”.
La
musica, quindi, non si può identificare nella partitura perché
questa è qualcosa di diverso da quella che sarà la
realizzazione. La partitura, infatti, più che un oggetto
artistico come è una statua, un quadro, una chiesa, è
una sorta di istruzione per l’uso, paragonabile al progetto
di un’opera architettonica prima che venga materialmente
realizzata. L’opera musicale non ha esistenza per l’ascoltatore
fino a quando non è eseguita. Ma l’esecuzione non le
conferisce materialità. Questa peculiarità
presenta un risvolto duplice e contraddittorio, perché da un
lato vincola l’opera musicale all’esecuzione, dall’altro
invece, la preserva dall’usura. L’esecuzione comporta, infatti,
solo l’usura dei mezzi necessari alla realizzazione stessa. Quando
Gurney afferma che la realizzazione dell’opera offre l’esecuzione
e non la musica, ci fa capire che la musica nasconde nella sua
immaterialità, la sua specifica natura. L’oggetto musicale
non è un oggetto temporalmente determinato, in quanto non ha
un’esistenza stabile nel tempo; esso è essenzialmente un
processo, che si estingue nel momento stesso in cui viene eseguita
l’ultima nota. Questa è l’esecuzione dell’opera, ma la
musica è qualcosa di diverso. Come sostiene Roman Ingarden
un’opera musicale ha una sua esistenza „indipendentemente dal
fatto che qualcuno la suoni, l’ascolti o in generale se ne occupi
in un modo qualsiasi”.
Ad
ogni modo, l’importanza che lo psicologismo positivista assegnò
all’ascolto musicale non viene mai meno all’interno The Power
of Sound in quanto il valore dell’opera musicale per l’autore
inglese non s’identifica con l’oggetto in sé e per sé,
ma con l’esperienza soggettiva dell’ascoltatore che, attraverso
la facoltà musicale, mette in relazione il moto ideale
con le altre esperienze racchiuse nell’io.
La
musica, non potendo fare riferimento a qualcosa di concreto presente
nel mondo esterno, deve essere sempre giudicata in funzione
dell’effetto prodotto sull’ascoltatore a prescindere dalla causa
che origina la sua produzione.
Al
contrario di H.A. Haweis,
per il quale un brano musicale starebbe in relazione diretta con la
moralità dell’ascoltatore, Gurney sostiene che la musica non
può essere messa in relazione con cose che esulano dall’ambito
strettamente musicale. A proposito della moralità di un brano,
l’autore inglese sostiene che essa è racchiusa nella
„bellezza del lavoro e nel più profondo e durevole piacere
dell’ascoltatore”.
Neanche
quanto sostenuto da Platone
può essere condiviso da Gurney in quanto la musica è
una forma d’arte che si dà all’ascoltatore in maniera così
diretta, tanto che la sua fruizione non richiede alcuna educazione
particolare. La differenza tra un ascoltatore musicalmente educato e
un altro musicalmente non educato, è di quantità e non
di qualità, nel senso che il primo, rispetto al secondo, ha
semplicemente avuto la possibilità di ascoltare un numero
maggiore di brani, il privilegio quindi, consiste nell’aver potuto
esercitare e sviluppare le potenzialità della musical
faculty.
Il
discorso sul rapporto musica e parola costituisce un filone
secondario vero e proprio all’interno di The Power of Sound.
The Speech Theory è il capitolo al quale si riduce la
conoscenza dell’opera. All’origine della notorietà, la
discussione tra Spencer e Gurney su uno degli argomenti più
dibattuti nella seconda metà del XIX secolo: l’origine della
musica.
Nel
1857 H. Spencer inaugura con il saggio The Origin and Function of
Music,
il filone sull’origine della musica. Secondo la tesi di
Spencer, la musica avrebbe avuto origine dal linguaggio verbale; il
nucleo originario della musica risiederebbe nella cadenza, in quanto
in essa si concentrerebbero quelle variazioni della voce
identificabili come manifestazione delle emozioni.
Ad
ogni modo, Spencer rigetterà la definizione „speech
theory” coniata da Gurney per definire la sua tesi,
considerandola quasi un insulto.
L’altra
tesi sull’origine della musica, che ebbe un gran numero di seguaci,
tra i quali lo stesso Gurney, fu quella di C. Darwin. La tesi esposta
in forma embrionale nell’Origines of the Species nel 1859,
fu ripresa e ampliata in The Descent of Man
(1871-1872). Secondo Darwin, il suono è un espediente messo in
atto dai maschi delle specie animali, per attirare le femmine, al
fine di assicurare la propagazione della specie. La stretta
correlazione sostenuta da Spencer, tra stati emotivi e
caratteristiche del suono, è considerata da Darwin
insufficiente per discriminare il linguaggio parlato dal canto. Il
carattere espressivo della musica, va di là di quelle che
possono essere le trasposizioni dei caratteri fisiologici del suono,
poiché la musica è la risultante di una complessa
combinazione di suoni. L’associazione quindi può
giustificare le espressioni elementari e non quelle composte.
Benché
sia diversa la prospettiva entro la quale viene ricondotta l’origine
della musica (per Spencer la motivazione è di tipo
psicofisiologico, per Darwin invece di tipo biologico), Darwin e
Spencer sono concordi nel sostenere che la musica abbia avuto origine
dai suoni vocali e su questi si sia successivamente modellata la
musica strumentale.
A
più di trent’anni dal saggio The Origin and Function of
Music del 1856, Spencer nel preparare l’edizione finale dei
Essays Scientific, political and speculative, aggiunge
un poscritto intitolato The Origin of Music. Lo scopo
primario: rispondere alle critiche mosse da Gurney nell’articolo
del 1876 (entrato a far parte di The Power of Sound).
La morte dei suoi interlocutori, Darwin (1882) e Gurney (1888), però,
rese impossibile ogni possibilità di replica.
Questa
panoramica all’interno di The Power of Sound testimonia da
un lato, la complessità della tesi, dall’altro la competenza
posseduta dal suo autore.
Purtroppo
l’approfondita ricerca condotta da Gurney, non ha finora ricevuto
il giusto riconoscimento. A penalizzarla è soprattutto la
verbosità della forma espositiva che compromette la
comprensione delle intuizioni più interessanti. Questo difetto
risulta amplificato se viene messo in relazione al complesso
argomento trattato nonché ai destinatari di The Power of
Sound indicati da Gurney nell’appassionato di musica.
Difficilmente
il lettore che si imbatte in The Power of Sound porta a
termine la lettura dell’opera che richiede una competenza musicale,
estetica e scientifica assieme.
Proprio
la completezza e la complessità delle tesi di The Power of
Sound hanno giocato a sfavore della sua notorietà.
La
presenza di temi collaterali che, nell’intenzione dell’autore
avrebbero dovuto corroborare la tesi centrale, di fatto, finiscono
con appesantire l’opera e rendere difficoltosa la comprensione.
L’impopolarità
dell’opera, e conseguentemente di Gurney, dipende inoltre, non
tanto dall’oggetto d’indagine quanto piuttosto, dall’angolazione
scelta: la bellezza della forma musicale connessa al piacere del
fruitore. L’argomento, tanto affascinante quanto insidioso, per la
sua ambiguità non consente di utilizzare una metodologia
d’indagine univoca. Ed è con questa realtà che Gurney
si trova a doversi confrontare. Suo malgrado, infatti, l’intenzione
di seguire un percorso rigorosamente scientifico viene meno.
La
facoltà musicale dell’uomo è il laboratorio entro il
quale la musica, veicolata attraverso l’orecchio, viene elaborata e
tradotta in termini emozionali. Questo processo però coinvolge
tanto la parte razionale quanto quella sentimentale dell’ascoltatore.
La conseguenza, che ciò comporta, è che i risultati
dell’indagine non possono avere quella validità, quella
oggettività degni di un’indagine che si possa definire
scientifica proprio per la presenza dell’aspetto emozionale.
Il
ruolo rilevante assegnato da Gurney all’emozione ha ripercussioni
sull’intera tesi estetica. La convergenza di vedute tra la tesi
estetica dell’autore inglese e quella di Hanslick, ravvisabile
inizialmente nella rivendicazione di una specificità estetico
musicale e sul valore della forma, risulta compromessa proprio
dall’importanza che Gurney assegna all’aspetto emozionale.
Proprio in questa particolarità risiede la difficoltà
d’inquadrare il suo pensiero.
La
classificazione tradizionale sulla natura del significato musicale si
basa sulla contrapposizione tra forma ed espressione. Per i
“formalisti” il significato musicale va ricercato all’interno
della musica nelle sue relazioni formali; per gli „espressionisti”,
invece, il significato è di natura extra musicale, cioè
va rintracciato nei sentimenti e nelle emozioni dell’ascoltatore.
Gurney
non può essere annoverato tra i formalisti, perché non
considera la musica una forma d’arte „intellettuale”; la
comunicazione del messaggio musicale giunge così diretta
all’ascoltatore da non richiedere alcuna conoscenza „tecnica”.
Quanto affermato è confermato indirettamente dalla scarsa
importanza che l’autore inglese assegna al critico musicale.
D’altro canto, Gurney non può essere annoverato tra gli
espressionisti, in quanto rifiuta nel modo più assoluto l’idea
che il significato della musica possa essere rintracciato in qualcosa
di extra musicale perché la musica a differenza delle altre
espressioni artistiche non ha riferimenti al mondo esterno come
accade per pittura e scultura o l’utilità nel caso
dell’architettura.
L.B.
Meyer in Emotion and Meaning in Music
propone una mediazione, in alternativa alla netta contrapposizione
tra formalisti ed espressionisti, sostenendo che l’estetica
dell’espressione
può essere vista da due diverse prospettive: quella
assolutista e quella referenziale.
„I
primi pensano che i significati espressivi ed emozionali siano una
reazione alla musica e che sussistano senza riferimento ad un mondo
extra musicale di concetti, azioni e stati emotivi, il secondo gruppo
asserisce che l’espressione emotiva dipende dalla comprensione del
contenuto referenziale della musica”.
La
nuova „classificazione” proposta da Meyer, consente di collocare
Gurney tra gli ‘espressionisti assolutisti’. L’autore di The
Power of Sound, infatti, pur assegnando un posto importante alla
forma, afferma che il suo valore estetico deve essere valutato in
relazione all’emozione procurata all’ascoltatore, precisando che
questa va ricondotta alle proprietà possedute dalla musica
stessa.
Il
tentativo di conciliare il significato specifico della musica con la
natura espressiva dell’esperienza musicale pone nuovi problemi. Gli
„espressionisti assolutisti” sono incapaci di „spiegare il
processo mediante il quale la percezione di modelli sonori viene
interiormente elaborata in forma di sentimento ed emozione. Per
quanto strano possa sembrare, essi hanno, di fatto, generalmente
evitato qualsiasi discussione in merito alla risposta emotiva”.
Non migliore la posizione dei formalisti che, invece, non riescono a
„chiarire in che modo un’astratta e non-referenziale successione
di suoni possa diventare significativa. E non riuscendo a spiegare in
che modo tali modelli musicali possano essere considerati
significativi, si sono trovati nell’impossibilità di
mostrare la relazione tra significato musicale e significato in
generale”.
Queste
insufficienze, che dipendono dalla „incapacità di delineare
i processi attraverso i quali si generano i sentimenti e si
trasmettono i significati”, risultano attenuati nella tesi estetica
di Gurney.
La
chiave della soluzione, per L.B. Meyer, sta nel considerare […]
„all’origine dei due ordini di significato […] gli stessi
processi ed un analogo comportamento psicologico”.
Nella
concezione estetica dell’autore inglese i processi che si
caratterizzano per la loro natura psicologica sono due, uno si
disloca sul piano della forma, l’altro su quello emozionale. Il
primo stabilisce perché gli elementi di certe successioni di
suoni disposti nella dimensione temporale sono sentiti necessari gli
uni agli altri, il secondo perché alcune di queste successioni
di suoni diventano esteticamente significative per il soggetto.
La
tesi di Gurney riesce a dare una spiegazione del significato generale
dell’emozione prodotta dalla musica e non una spiegazione specifica
per ogni singolo brano musicale. La difficoltà non risiede
tanto nella forma, quanto nel fatto che questa è elaborata da
ogni soggetto in maniera diversa. La matrice psico-soggettiva del
moto musicale non deve essere ricondotta, infatti, alla struttura del
brano, bensì all’interiorità del soggetto.
La
concezione estetica di Gurney, in cui trovano spazio sia l’aspetto
formale sia quello espressivo- emozionale (sebbene non è
possibile conoscere le modalità del processo di coniugazione),
consente di approdare alla conciliazione di quei valori che in musica
hanno sempre rappresentato concezioni estetiche contrapposte.
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