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NADIA
CAPOGRECO
ESPRESSIVITÀ
MUSICALE ED ASCOLTO ESTETICO:
NOTA SUL VINCOLO PERCETTIVO DEL SISTEMA
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La
grande civetteria dell’arte del XX secolo, ha scritto V.
Jankelévitch, è stata quella di non voler esprimere
niente.
Oggi, tuttavia, nessuno osa più negare l’imprescindibilità
del legame fra la musica e ciò che la oltrepassa, fra le sue
combinazioni sonore e quell’invisibile che, come ha scritto
E. Franzini, «affettivamente si coglie nelle forme sensibili e
[…] induce a indagare al di là di esse».
A
partire dalla metà del secolo scorso è stata la
psicologia sperimentale a inaugurare questa indagine. Essa ha tentato
di individuare la matrice e di esplicitare il senso delle
rappresentazioni simboliche suscitate dalle forme sonore,
riconoscendo alcune costanti della significazione in musica,
motivate dalla risonanza neuro-muscolare che essa provoca in
ogni ascoltatore. Gli esperimenti condotti da R. Francès
(1958) col fine di cogliere la particolarità percettiva
dell’ascolto estetico, provarono infatti che le basi della
simbolizzazione della musica sono rintracciabili nella sua
fondamentale peculiarità di essere organizzata e di scorrere
temporalmente secondo schemi di tensione e distensione, in
grado di attivare, a loro volta, gli schemi psicologici dei movimenti
e della struttura della motricità corporea dell’essere
umano.
Nell’attivazione
dell’alternanza tensione-distensione (rilassamento), fondamentale è
il ruolo del sistema musicale, che si presenta come modello
fono-temporale astratto, culturalmente e psicologicamente fondato,
capace di orientare sia l’ascolto che la produzione musicale. Già
al livello della percezione del suono in uno dei suoi attributi
primari quale è l’altezza, opera infatti un meccanismo di
astrazione e di generalizzazione della risposta percettiva che fa del
suono musicale «una ‘nota’, cioè un concetto
sussumente dei valori fisici poco rigorosi».
Per questo motivo non sono né la sua altezza assoluta,
fisicamente determinata, né le variazioni infime del
messaggio acustico, a farci o a non farci riconoscere in esso una
determinata nota musicale.
Già
la psicofisica ottocentesca, del resto, aveva osservato che la
frequenza (fisica) e l’altezza (psicologica) dei suoni non possono
essere considerate sinonimi: esistono, infatti, sia una soglia
assoluta delle frequenze oltre la quale gli stimoli acustici non
si possono udire (fra i 16 e i 20.000 Hz), sia una soglia
differenziale al di sotto della quale non è possibile
percepire alcuna loro eventuale diversità.
Da qui la necessità che, per essere percepite, le qualità
fisiche del suono siano conformi alle esigenze e ai limiti
fisiologici del nostro apparato uditivo. Ma questa condizione,
imprescindibile, non è ancora sufficiente ai fini dell’ascolto
musicale che – come notava Riemann - esercitando una scelta sul
materiale sonoro offerto all’udito, non è passività
fisica ma vera e propria attività logica.
L’ascolto musicale, infatti, è una ri-costruzione del
soggetto il quale chiede al suono oltre che di potersi far percepire
anche di saper rappresentare, differenziandole, le qualità
musicali inscrivibili nella partitura. Decisive, in tal senso, non
sono le minime differenze percettibili, ma le minime
differenze inconfondibili,
poiché la natura della differenziazione delle qualità
sonore è primariamente culturale. Ad essa basta che
ogni nota, all’ascolto, veicoli pressappoco (cioè,
in modo fisicamente poco rigoroso ma soggettivamente inconfondibile)
uno dei segmenti sonori che formano la scala musicale.
Anche quest’ultima, d’altra parte, è il risultato di una
sistematizzazione delle divisioni nell’ambito del continuum
sonoro, praticata da ogni cultura in modo originale. La conferma
percettiva di una nota, dunque, non prova certo che essa sia
oggettivamente intonata, ma che, in un modo o nell’altro,
può essere riconosciuta come portatrice di una determinata
funzione all’interno del sistema musicale di cui è
espressione.
Il
vincolo percettivo operato dal sistema – la cui attività,
come hanno accertato gli antropologi, è un universale
della musica - fa sì che assumano un proprio valore espressivo
tanto le pertinenze quanto le non-pertinenze e le violazioni
dell’obbligo che esso esercita.
Per verificare la potenza di questo vincolo (nella nostra cultura
esercitato dal sistema tonale), possiamo soffermarci a
considerare cosa succede, ad esempio, quando nell’ambito di una
melodia sconosciuta avvertiamo una nota come stonata. La valutazione
di questa difformità evidenzia, primariamente, la
pretesa conformità ad un astratto modello sonoro di
riferimento depositato e sempre funzionante nella nostra memoria alla
stregua di una vera e propria langue musicale; esso ci
consente, infatti, non solo di percepire come estraneo un suono reale
che non gli si conformi, ma anche di immaginare o di sentire questo
suono addirittura per come avrebbe dovuto essere. Mediante un
particolare processo mentale, che Francès definisce astrazione
notale, la nota viene infatti “riaggiustata” percettivamente
dalla nostra mente che la inserisce in un sistema di relazioni e di
pertinenze capace di definirne l’identità tonale,
indipendentemente dalla maggiore o minore precisione acustica.
Leroi
Jones, nel suo libro Il popolo del blues, offre un esempio
interessante delle conseguenze dell’incontro fra due diversi
pregiudizi sistemici percettivamente vincolanti. Egli evidenzia
l’errore commesso dai musicologi americani del XVIII e del XIX
secolo, i quali, ritenendo la musica africana retta dagli stessi
principi di quella europea, la reputavano stonata a causa dei suoi
strumenti rozzi e approssimativi.
Si noti che stonate, ribelli e aberranti erano
considerate le note blued (fra il terzo e il settimo
intervallo della scala diatonica temperata) intorno alle quali i
negri scivolavano con effetti di glissando e vibrato, ampliati in
modo da avvicinarsi al valore scalare. La difficoltà della
loro intonazione derivava – come dopo si sarebbe ben compreso –
dal vincolo percettivo non diatonico che gli africani schiavizzati
avevano mantenuto come eredità delle loro culture d’origine.
Sentire
una nota per quello che è, dunque, significa
essenzialmente riconoscerla, in quanto la sua natura (in ciò
assimilabile a quella dei fonemi del linguaggio verbale) è
primariamente concettuale e secondariamente acustica.
I
nostri riconoscimenti e le nostre attese percettive, certo, non
riguardano solamente le singole note. In un sistema musicale,
evidentemente, sono presenti più sotto-sistemi interrelati in
cui si distinguono vari livelli, oltre a quello minimale dei suoni
pertinenti (intervalli, scale);
nell’attivazione degli schemi di tensione e distensione corporea,
inoltre, sono implicate altre variabili come l’intensità dei
suoni, il timbro, la velocità ecc. Ma sono principalmente i
costrutti armonici interiorizzati, i percorsi melodici
standardizzati, gli schemi ritmici riattivati, a “premere” in noi
più o meno intensamente (a seconda del nostro grado di
familiarità con lo stile musicale del brano ascoltato)
affinché le loro forme, abbozzate durante il nuovo ascolto,
possano in esso giungere a compimento.
La soddisfazione o la frustrazione di queste attese, come pure la
modalità della loro dilazione nel tempo, si traducono in
quella infinita gamma di tensioni e distensioni psicofisiche -
sperimentate da ognuno di noi durante l’ascolto di un brano - che
disegna e informa la particolare trama della temporalità
musicale.
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PRZYPISY
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