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MARCO
BIZZARINI
PETRARCA
E MARENZIO
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Il
settimo centenario della nascita di Francesco Petrarca rappresenta
un’ottima occasione per riflettere sulla personalità
artistica di un grande compositore del XVI secolo, Luca Marenzio, la
cui biografia unisce idealmente Italia e Polonia, in particolare le
due capitali Roma e Varsavia, oltre al territorio della Franciacorta
(provincia di Brescia), dove il musicista nacque intorno all’anno
1553.
Pur
essendo vissuti in epoche diverse, Petrarca e Marenzio hanno parecchi
tratti in comune. Nel tardo Cinquecento, Marenzio fu considerato in
Europa il più grande compositore di madrigali: si può
dire che sul piano musicale egli abbia eguagliato il primato di fama
e di eccellenza detenuto dal Petrarca nella poesia italiana.
Oltre
che in Italia, la notorietà di Marenzio fu particolarmente
viva nell’Inghilterra del tempo di Shakespeare e nell’Europa
nord-orientale, tanto che re Sigismondo III Waza lo prese al suo
servizio, come maestro di cappella, alla fine dell’anno
1595. Proprio in quel momento storico la corte di Sigismondo si era
trasferita da Cracovia a Varsavia.
Marenzio
visse in Polonia per circa un paio d’anni: per volontà del
re si dedicò soprattutto alla musica sacra policorale, con
l’intima ambizione di trasformare Varsavia in una nuova Roma, o
comunque in una capitale dell’arte cattolica. Dunque, più
che come “principe del madrigale”, Marenzio giunse nella capitale
polacca come eccellente musicista cattolico romano, un compositore
ammirato dallo stesso papa Clemente VIII dopo la scomparsa del
celebratissimo Giovanni Pierluigi da Palestrina.
Ma
lo scrittore inglese Henry Peacham, in un trattato sul perfetto
gentiluomo pubblicato nel 1622, ci dà un’altra versione dei
fatti, rivelando quella che a suo dire fu la causa segreta del
viaggio di Marenzio in Polonia:
„Per
le delizie del canto e la soavità dell'invenzione nei
madrigali, Luca Marenzio eccelle fra tutti gli altri compositori. […]
Egli ha pubblicato più raccolte di qualsiasi altro autore […];
dei suoi canti potrebbero andar fiere perfino le Muse. Di statura e
carnagione era un uomo piccolo e bruno; per molto tempo rimase
organista nella cappella del Papa; dopo di che andò in
Polonia, essendo caduto in disgrazia col Papa per un'eccessiva
confidenza con una sua parente [in inglese: «kinswoman»].
Costei, in seguito, sarà chiamata a corte dalla regina di
Polonia per conto di Luca Marenzio, poiché era una delle più
rare donne in Europa nel canto e nel liuto. Ma una volta ritornato a
Roma, Marenzio trovò l'affetto del Papa così lontano da
sé, che ne provò immenso dolore e morì”.
Il
racconto di Peacham sembra avvolto da un alone di romantica leggenda,
tanto che oggi nessun musicologo potrebbe dargli piena fiducia. Per
esempio, nessun documento è mai emerso sulla misteriosa
cantante e liutista, imparentata con papa Clemente VIII, con la quale
il musicista – dapprima a Roma, quindi a Varsavia – si sarebbe
permesso «un’eccessiva confidenza». Sulle possibili
interpretazioni di questo passo ho dedicato alcune pagine nella mia
monografia su Marenzio [Marenzio: la carriera di un musicista tra
Rinascimento e Controriforma, Coccaglio, Promozione Franciacorta
1998; ora disponibile anche nella traduzione inglese di James Chater,
Luca Marenzio: the Career of a Musician between the Renaissance
and the Counter-Reformation, Aldershot, Ashgate, 2003].
In
questa sede, tuttavia, anziché stabilire il grado di
veridicità storica della testimonianza, in verità
piuttosto basso, sarà utile sottolineare il significato
culturale del mito che ne deriva: l’idea di un amore contrastato e
fatale, un’idea che affiora con insistenza nei testi poetici
intonati da Marenzio e che spesso si carica di forti asperità
espressive nel linguaggio musicale del suo tardo stile. Peacham,
insomma, sembra portare alla luce una sotterranea affinità
spirituale fra Petrarca, tormentato cantore di Laura, e Marenzio,
ispirato interprete musicale dei suoi versi. Da un medesimo archetipo
– la «melancolia heroica» – nascerebbero
dunque sia l’espressione del poeta sia quella del musicista.
Questa, almeno, la percezione che sembrano aver avuto i più
sensibili uomini vissuti tra Cinque e Seicento.
In
realtà, la stessa vicenda amorosa che lega Petrarca a Laura
appare non meno circonfusa di leggenda di quella che unirebbe
Marenzio alla misteriosa kinswoman di papa Clemente VIII. Il
nome stesso, Laura, si carica di innumerevoli risonanze simboliche:
il lauro, simbolo della gloria poetica, l’oro, e
soprattutto l’aura (in greco e in latino, il fascino
particolare che spira da persone e cose ha l’aspetto di una brezza,
di un’aura: soffio seducente e freschissimo). Si è
ipotizzato che la lirica cortese europea, di cui il Canzoniere
petrarchesco è una propaggine, provenga dalla Spagna
mozarabica, con radici nella letteratura visionaria dei mistici
persiani: donne idealizzate come Beatrice e Laura si ricondurrebbero
all’archetipo perenne della donna soprannaturale, la Sapienza,
chiave della Beatitudine.
Ma
nel Canzoniere del Petrarca v’è di più: appare
la soggettività, l’esperienza dell’io e dell’autoanalisi.
Questa dimensione è ulteriormente rafforzata nelle epistole e
nelle prose: si pensi all’epistola metrica Ad seipsum,
scritta probabilmente durante la pestilenza del 1340, in cui erompe
lo stesso divorante sconforto dei più celebri sonetti, oppure
al dialogo filosofico Secretum meum (1343), o ancora, dai
Familiarum rerum libri, la famosa epistola IV in cui il poeta
descrive – anche in termini allegorici – la propria ascensione al
Monte Ventoso: il Mont Ventoux, nel comune di Malaucène, in
Provenza, non lontano da Avignone.
Ci
chiediamo se nei madrigali di Marenzio si possa individuare una
corrispondente dimensione soggettiva. In altre parole, esistono nella
sua musica elementi paragonabili all’autobiografia, alla
confessione letteraria, all’autoritratto pittorico?
Partiamo
da un elemento storico. Di Marenzio conosciamo un solo ritratto,
dipinto nel tardo Cinquecento, probabilmente opera di un pittore di
scuola veronese. Il musicista tiene in mano un foglio di carta da
musica, faticosamente leggibile. Questo frammento musicale, cui si
può attribuire il valore simbolico di un autoritratto
musicale, non coincide con nessuna composizione attualmente nota, ma
il suo stile si avvicina a quello dei Madrigali a 4, 5 e 6 voci
pubblicato nel 1588, con dedica al mecenate veronese Mario
Bevilacqua. Marenzio attribuiva a questa raccolta un significato
particolare: diceva di aver composto musiche in una «maniera
assai diversa» dal passato, avendo attinto ad una «mesta
gravità». Molti brani di questa raccolta intonano
liriche petrarchesche. Dunque i versi del Petrarca sicuramente
stimolarono il musicista ad un mutamento stilistico, che implica a
sua volta un’immersione nella soggettività.
D’altra
parte sappiamo che l’estetica madrigalistica del tardo Cinquecento,
da cui lo stesso Claudio Monteverdi prenderà le mosse,
raccomandava la più stretta adesione possibile della musica al
testo poetico. La cosiddetta «imitazione delle parole»
era un concetto ricorrente e universalmente accettato. Semmai, non
era altrettanto chiaro dove porre il confine tra il rispetto delle
regole musicali e la loro sovversione (sia pure giustificata dal
testo). Partendo da questa base teorica, non dovremmo stupirci se di
fronte alla lirica fortemente soggettiva del Petrarca, il musicista
si sentisse autorizzato a ricreare tale soggettività, intesa
sia come la soggettività del Petrarca, oppure come la
soggettività del musicista stesso, o ancora una soggettività
trascendente e archetipica. Comunque stiano le cose, è
evidente che composizioni musicali di questo tipo avranno tratti
eccezionali: devieranno dalla norma e dalle più diffuse
convenzioni.
Non
v’è dubbio sul fatto che il Canzoniere del Petrarca
rappresenti la fonte poetica più autorevole e significativa
dei madrigali marenziani: sotto questo aspetto il compositore
italiano proseguì una strada già percorsa da grandi
maestri come Rore, Lasso e Wert. Le raccolte della giovinezza, della
maturità e del tardo stile incontrano invariabilmente, e in
momenti decisivi, i versi petrarcheschi. Non si può dire lo
stesso di altri poeti cari a Marenzio – come Sannazaro, Tasso,
Guarini - il cui grado di seduzione risultò discontinuo. Per
Marenzio, Petrarca sarà sempre il poeta più importante.
In
particolare, un componimento petrarchesco attira inesorabilmente
l’attenzione di Marenzio. È la sestina doppia Mia benigna
fortuna e ‘l viver lieto (Canzoniere, 332), brano di
straordinario artificio tecnico, emulo del virtuosismo della lirica
trobadorica, ma anche denso di immagini forti e brucianti. Questa
sestina doppia si compone di dodici stanze di sei versi e un congedo:
vi predominano i concetti del «pianto», della «morte»,
dell’«amoroso stile». Per Marenzio questo componimento
diventa come un’idea fissa, quasi un’ossessione: in diverse fasi
della sua vita egli ne metterà in musica otto stanze. La
sestina ispirerà madrigali estremamente seri, spesso portatori
di innovazioni (o deviazioni) stilistiche, secondo un’estetica
riconducibile al manierismo.
Non
dobbiamo però cadere nell’errore di sopravvalutare i
procedimenti d’avanguardia: anche con tecniche musicali più
tradizionali Marenzio coglie perfettamente l’essenza della lirica
petrarchesca. Un meraviglioso equilibrio classico viene raggiunto nei
madrigali a quattro voci del 1585: autentici capolavori sono Zefiro
torna, celebre sonetto che alla piacevolezza delle immagini
primaverili contrappone il disperato sfogo del poeta Ahi
dispietata morte, frammento di ballata percorsa da forti accenti
patetici, oppure Non vidi mai dopo notturna pioggia, o ancora
la graziosa vivacità del breve madrigale Nova angioletta.
Che
vi fosse un intimo, spirituale legame fra la poesia del Petrarca ed i
madrigali di Marenzio risultò evidente agli osservatori più
attenti dell’epoca. Alessandro Guarini, figlio del poeta Battista
Guarini, nel dialogo Il farnetico savio (1611) paragonò
Luzzaschi e Gesualdo da Venosa – compositori noti per le loro
«durezze» – a Dante, mentre Marenzio, maestro di
dolcezza, veniva piuttosto accostato al Petrarca. Come Petrarca era
considerato poeta più dolce ed apparentemente più
facile di Dante, così, tra Cinque e Seicento, avvenne per la
musica di Marenzio.
Ma
nella sua ultima raccolta – lo straordinario Nono libro de’
madrigali a cinque voci pubblicato nel 1599 pochi mesi prima
della morte – Marenzio colloca in apertura un’intonazione su
versi di Dante: Così nel mio parlar vogl’esser aspro.
Dante offre lo spunto programmatico dell’asprezza e poi il
compositore applica tale stile “aspro” alla prediletta poesia
petrarchesca. Il celebre sonetto Solo e pensoso trova nel
maestro di Coccaglio una rappresentazione musicale di sbalorditiva
efficacia: la lenta linea cromatica del primo verso lascia presagire
l’armonia del Ring di Wagner. E un altro vertice si
raggiunge nel madrigale Dura legge d’amor, per una volta non
tratto dal Canzoniere, bensì dai Trionfi, un
testo mai intonato da altri compositori. La musica di Marenzio
restituisce il senso della sospensione, dell’incertezza, dello
straniamento, della contraddizione, del mysterium iniquitatis.
Con
Marenzio l’arte madrigalesca applicata ai versi del cantore di
Laura raggiunse vette insuperabili. Di quest’opinione,
probabilmente, era anche il giovane Monteverdi, se esitò così
tanto prima di cimentarsi con la poesia del Canzoniere. Al
maturo Sesto libro del 1614 appartiene il madrigale Zefiro
torna, già intonato trent’anni prima da Marenzio. Si può
ipotizzare che solo la piena maturazione delle tecniche musicali
barocche, quali il basso continuo, lo stile concertato e l’impiego
frequente del metro ternario, abbiano finalmente convinto Monteverdi
a non temere il confronto con il suo grande predecessore, che ben
prima di lui aveva scalato il Monte Ventoso del madrigale su versi
petrarcheschi.
*
* *
Vorrei
ora presentare brevemente il numero monografico della rivista polacca
„Muzyka”, edita dall’Instytut Sztuki Polskiej Akademii Nauk,
dal titolo Luca Marenzio i jego epoka. L’occasione di questo
numero - accolta con tempestività dal comitato di redazione e
in particolare dalle studiose Barbara Przybyszewska-Jarmińska ed
Elżbieta Witkowska-Zaremba – è stata fornita dal 450°
anniversario della nascita del compositore.
Questo
numero della rivista si inseriscce autorevolmente nel rinnovato
interesse della musicologia per Marenzio, di cui ricorderò
alcune tappe: il convegno a Coccaglio, paese natale del compositore,
nel settembre 1999; la sessione monografica al convegno annuale
dell’American Musicological Society a Kansas City; il numero
monografico della rivista inglese „Early Music” edita da Oxford
University Press. A questo concerto internazionale si unisce
felicemente la musicologia polacca, forte anche della sua autorevole
tradizione nel campo del Rinascimento italiano.
Due
importanti studi di „Muzyka” vertono in modo specifico su
Marenzio. In un saggio molto approfondito Zofia Dobrzańska-Fabiańska
considera i madrigali del nostro autore secondo le aggiornate
metodiche di Eric Chafe: in questo modo si riduce la disparità
tra i molti studi analitici finora dedicati a Monteverdi ed i pochi
dedicati a Marenzio. Tomasz Jeż affronta invece il fondamentale
aspetto della recezione dei madrigali di Marenzio nell’Europa
nord-orientale offrendoci la panoramica più completa oggi
disponibile in questo campo. Gli altri articoli della rivista, a
firma di Aleksandra Patalas, Alina Żórawska-Witkowska e
Karolina Targosz, sviluppano a loro volta importanti aspetti dei
molteplici rapporti fra la Polonia e la musica italiana sul principio
del Seicento.
Concludo
con una speranza: che queste musiche italiane, così importanti
anche per la storia della Polonia, possano trovare sempre più
spesso, anche ai nostri giorni, la vita dell’esecuzione.
Varsavia,
Istituto Italiano di Cultura
Sabato
23 Ottobre 2004
MARCO BIZZARINI
PETRARKA I MARENZIO
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Siedemsetna
rocznica urodzin Francesca Petrarki jest znakomitą okazją do
przypomnienia wielkiego szesnastowiecznego kompozytora Luki Marenzia,
w którego biografii Włochy spotykają się z Polską, Rzym z
Warszawą, a obie stolice z Franciacortą (okolice Brescii), gdzie
muzyk się urodził ok. 1553 r.
Petrarka
i Marenzio żyli w różnych epokach, ale dużo ich łączy.
Pod koniec XVI w. Marenzio uchodził za najwybitniejszego w Europie
kompozytora madrygałów. Sława i uznanie dały mu w muzyce
miejsce, które w poezji przypadło Petrarce.
Poza
Włochami znano go najlepiej w szekspirowskiej Anglii i Europie
Środkowowschodniej. Pod koniec 1595 r. został kapelmistrzem
Zygmunta III Wazy. W tym czasie dwór królewski
przeprowadzał się z Krakowa do Warszawy.
Marenzio
spędził w Polsce kilka lat. Z woli króla poświęcił się
głównie wielogłosowej muzyce sakralnej. Pragnął uczynić z
Warszawy nowy Rzym, a przynajmniej stolicę sztuki katolickiej. Toteż
przyjechał do Polski nie tyle jako „książę madrygału”, ile
znakomity rzymski muzyk i kompozytor, podziwiany przez papieża
Klemensa VIII po śmierci sławnego Giovanni Pierluigiego da
Palestrina.
Jednak
w ogłoszonym w 1622 r. traktacie o szlachcicu doskonałym, angielski
pisarz Henry Peacham podaje inny powód podróży
Marenzia do Polski:
„Luca
Marenzio góruje wśród kompozytorów słodyczą
śpiewu i tkliwością madrygałów. [...] Wydał więcej
zbiorów niż ktokolwiek inny [...]; nawet Muzy byłyby dumne z
jego pieśni. Niskiego wzrostu, śniady, był długo organistą w
papieskim chórze. Następnie udał się do Polski, ponieważ
popadł u papieża w niełaskę z powodu nadmiernej zażyłości z
jego krewniaczką [„kinswoman”]. Na prośbę Marenzia kobieta ta
znalazła się później na dworze królowej Polski,
ponieważ wyróżniała się w całej Europie pięknem głosu i
grą na lutni. Po powrocie do Rzymu Marenzio tak boleśnie odczuł
brak życzliwości papieża, że zmarł”.
Relację
Peachama spowija tak gruby całun romantycznej legendy, że dzisiejsi
muzykolodzy czytają ją nieufnie. Źródła nie potwierdzają
istnienia tajemniczej krewnej, powinowatej czy podopiecznej papieża
Klemensa VIII, śpiewaczki i lutnistki, z którą muzyka
miałaby łączyć w Rzymie i Warszawie „nadmierna zażyłość”.
W swojej książce o Marenziu [Marenzio, La carriera di un
musicista tra Rinascimento e Controriforma, Coccaglio, Promozione
Franciacorta 1998; praca ukazała się też w wersij
angielskojęzycznej jako Luca Marenzio: the Career of a Musician
between the Renaissance and the Counter-Reformation, przwekł.
ang. James Chater, Aldershot, Ashgate 2003] poświęcam tej sprawie
kilka stron.
Nie
tu miejsce na rozważanie wiarygodności – skądinąd niedużej –
tego przekazu. Warto jednak zauważyć, że wywodzi się z niego mit
trudnej i nieszczęśliwej miłości, silnie obecnej w wierszach
ilustrowanych muzycznie przez Marenzia, który w późnym
okresie twórczości nie stronił od skrajnych efektów.
Peacham wydobył powinowactwo duchowe między Petrarką, udręczonym
śpiewakiem Laury, a Marenziem, natchnionym kompozytorem muzyki do
jego wierszy. Twórczość poety i kompozytora łączy wspólny
archetyp – melancolia heroica. Tak przynajmniej sądzili
najwrażliwsi słuchacze z przełomu XVI i XVII wieku.
Prawdopodobnie
w historii miłości Petrarki do Laury nie więcej jest legendy niż
w rzekomym związku Marenzia z tajemniczą kinswoman papieża
Klemensa VIII. Imię Laury przywołuje tak symboliczne słowa, jak
lauro, wawrzyn, znak poetyckiej sławy, oro, złoto, i
aura (czar, charyzmat, który Rzymianie i Grecy
porównywali z bryzą, wietrzykiem, uwodzicielskim powiewem).
Według jednej z hipotez europejska liryka dworska, której
przedłużeniem jest Zbiór pieśni Petrarki, wywodzi
się z mozarabskiej Hiszpanii, a jej korzenie sięgają wizjonerskiej
literatury perskich mistyków. Laura i Beatrycze byłyby zatem
egzemplifikacją archetypu nadprzyrodzonej kobiety, czyli Mądrości,
która jest kluczem do Wiekuistego Szczęścia.
Ale
w Zbiorze pieśni jest coś jeszcze: subiektywizm,
samoświadomość, autoanaliza, które jeszcze silniej
występują w listach i prozie. Wystarczy przypomnieć metryczny list
Ad seipsum, napisany zapewne podczas epidemii dżumy w 1340
r., w którym poeta wybucha rozpaczą znaną ze sławnych
sonetów, dialog filozoficzny Secretum meum (z 1343 r.)
czy słynny list IV z Familiarum rerum libri, w którym
– nie stroniąc od alegorii - opisał wspinaczkę na Mont Ventoux w
pobliżu Awinionu.
Postawmy
pytanie, czy w madrygałach Marenzia znajduje się coś równie
osobistego? Czy w jego muzyce można dostrzec elementy autobiografii,
literackiego wyznania, malarskiego portretu?
Jedyny
znany portret Marenzia, prawdopodobnie pędzla malarza z Werony,
pochodzi z końca XVI w. Muzyk trzyma w ręku trudny do odczytania
papier nutowy. Nuty są zapewne symbolem, gdyż nie odpowiadają
żadnej ze znanych kompozycji. Przypominają jednak Madrygały na
4, 5 i 6 głosów, ogłoszone w 1588 r. z dedykacją dla
werońskiego mecenasa sztuki Maria Bevilaqua. Marenzio przywiązywał
do tego zbioru duże znaczenie. Twierdził, że „różni się
bardzo” od jego wcześniejszej muzyki, gdyż skomponował go ze
„smutną powagą”. Znaczna część zawartych w zbiorze utworów
ilustruje wiersze Petrarki, które z pewnością skłoniły
kompozytora do zmiany stylu i zajęcia się samym sobą.
Estetyka
madrygału końca XVI w., do której w pierwszym okresie
twórczości nawiąże również Claudio Monteverdi,
zalecała ścisły związek muzyki i wiersza. Tzw. „naśladowanie
słowa” było pojęciem powszechnie znanym i przyjętym. Mniej było
jasne, w jakim zakresie tekst usprawiedliwia naruszanie zasad
kompozycji. W każdym razie nie dziwi, że mierząc się z bardzo
osobistą liryką Petrarki, Marenzio zagrał na równie
osobistej nucie. Może myślał o Petrarce, a może o sobie, o
transcendencji, o archetypie. Jedno jest pewne: utwory tego okresu
odbiegają od norm i utartych konwencji.
Zbiór
pieśni jest najważniejszym źródłem poetyckim
madrygałów tak Marenzia, jak i wcześniej Rorego, Lassa i
Werta. Wiersze Petrarki inspirowały Marenzia w młodzieńczym,
dojrzałym i późnym okresie twórczości. Nie da się
tego powiedzieć o poezji Sannazara, Tassa i Guariniego, których
wpływ nie przejawiał się stale. Petrarka był zawsze
najważniejszy.
Jeden
wiersz najbardziej przykuwał jego uwagę. To utkana z płomiennych
metafor podwójna sekstyna Mój błogi niegdyś los i
byt wesoły (Zbiór pieśni, 332) [Mia benigna fortuna e ‘l
viver lieto, Canzoniere 332], równa kunsztem liryce
trubadurów. Utwór składa się z dwunastu
sześciowersowych stanc i tornady, w których rozbrzmiewają
„cierpkie skargi”, „śmierć” i „bolesny nastrój”.
Marenzio wracał do niego niemal obsesyjnie, pisząc w różnych
okresach życia muzykę do ośmiu stanc. Sekstyna zainspirowała
powstanie przejmujących madrygałów, które
unowocześniały zasady kompozycji, a nawet odstępowały od nich w
duchu estetyki manieryzmu.
Nie
należy jednak przeceniać znaczenia manierystycznej awangardy.
Również wtedy, gdy nie przekraczał granic tradycyjnej formy,
Marenzio potrafił oddać po mistrzowsku istotę liryki Petrarki.
Wspaniałym przykładem klasycznej harmonii są madrygały na cztery
głosy z 1585 r. Rangę arcydzieła ma sławny sonet Znów
Wiosna [Zefiro torna] o radości świata przeciwstawionej
rozpaczy poety, fragment patetycznej ballady Srogież jest, życie!
[Ahi, dispietata morte,], Nigdym nie widział po nocnym
deszczu [Non vidi mai dopo notturna pioggia] i zalecający się
wdziękiem krótki madrygał Panna anielska [Nova
angioletta].
Już
współcześni dostrzegli powinowactwo poezji Petrarki i
madrygałów Marenzia. Alessandro Guarini, syn poety Battisty
Guariniego, w Mądrym szaleńcu [Il farnetico savio] (1611)
porównał Luzzaschiego i Gesualda da Venosa, kompozytorów
znanych z szorstkości, z Dantem, a mistrza słodyczy Marenzia z
Petrarką, którego poezja uchodziła za łagodniejszą i na
pozór łatwiejszą. Za taką też uważano na przełomie XVI i
XVII w. muzykę Marenzia.
Jednak
ostatnią, wspaniałą IX Księgę madrygałów na pięć
głosów, wydaną w 1599 r. kilka miesięcy przed śmiercią,
Marenzio otwiera utworem do wiersza Dantego Tak w słowach moich
chcę być cierpki [Cosi` nel mio parlar vogl’esser aspro]. W
cierpkim stylu napisał też muzykę do liryki ukochanego Petrarki.
Słynny sonet Samotny w myślach [Solo e pensoso] zyskuje w
muzyce mistrza z Coccaglio wstrząsający komentarz; powolna linia
chromatyczna pierwszego wersu przypomina harmonię wagnerowskiego
Pierścienia Nibelunga. Do szczytowych osiągnięć zalicza
się również madrygał Twardym prawem miłość [Dura
legge d’amor] (pochodzący nie ze Zbioru pieśni, lecz z
Triumfów), którym inni się nie zajmowali.
Muzyka Marenzia oddaje w pełni stan zawieszenia, niepewności,
wyobcowania, rozdarcia, mysterium iniquitatis.
W
twórczości Marenzia sztuka pisania madrygałów do
wierszy śpiewaka Laury wznosi się na szczyty. Zgadzał się z tym
pewnie młody Monteverdi, skoro ze Zbiorem pieśni zmierzył
się dopiero po długich wahaniach. W VI Księdze z 1614 r. znajduje
się madrygał Znów Wiosna [Zefiro torna], którym
Marenzio zajął się trzydzieści lat wcześniej. Wolno
przypuszczać, że dopiero pełny rozwój technik muzyki
barokowej – stylu koncertującego i basso continuo – przekonały
Monteverdiego do pojedynku z wielkim poprzednikiem, który na
długo przed nim wspiął się na Mont Ventoux madrygału do wierszy
Petrarki.
*
* *
Teraz
chciałbym krótko przedstawić monograficzny numer kwartalnika
Instytutu Sztuki PAN „Muzyka” Luca Marenzio i jego epoka,
przygotowany z okazji 450. rocznicy urodzin kompozytora staraniem
całej Redakcji, a w szczególności Barbary
Przybyszewskiej-Jarmińskiej i Elżbiety Witkowskiej-Zaremby.
Tym
numerem prestiżowego czasopisma polska muzykologia, znana z badań
nad włoskim Odrodzeniem, włączyła się do wznowionych ostatnio
studiów nad Marenziem. Ich owocem były już między innymi:
sympozjum, zorganizowane we wrześniu 1999 r. w Coccaglio, rodzinnym
miasteczku kompozytora; sesja na dorocznej konferencji American
Musicological Society w Kansas City; monograficzny numeru
angielskiego czasopisma „Early Music”, wydany przez Oxford
University Press.
Dwa
z zamieszczonych w „Muzyce” artykułów skupiają się na
twórczości Marenzia. Zofia Dobrzańska-Fabianska zastosowała
do jego madrygałów nowe metody badacza muzyki Monteverdiego
Erica Chafe’a. Dzięki jej przenikliwym rozważaniom różnica
między licznymi analizami muzyki Monteverdiego a nielicznymi
Marenzia jest teraz mniej jaskrawa. Tomasz Jeż zajął się recepcją
madrygałów Marenzia w Europie Północno-Wschodniej: to
obecnie najpełniejsza wypowiedź na ten temat. Trzeba też wspomnieć
o przyczynkach Aleksandry Patalas, Aliny Żórawskiej-Witkowskiej
i Karoliny Targosz, poświęconych związkom Polski z muzyką włoską
na początku XVII wieku.
Pragnę
jeszcze wyrazić nadzieję, że ta włoska muzyka, tak ważna również
dla Polski, będzie grana coraz częściej.
Włoski
Instytut Kultury w Warszawie
Sobota
23 października 2004 r.
Przełożył:
Leszek Kazana
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